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Adua
Scritto da Paolo de Nardo   

Le dimenticanze della storiografia trasformano la sconfitta in disperazione. Il dramma dell'emarginazione nel '900 romano - caratterizzato, a fasi alterne, dall'epopea e dal crollo - è raccontato a colori forti e con rappresentazioni realistiche, ancorchè suggestive. La forma è scorrevole, scarna, ritmata con metodo e personalità, capace di trasmettere il senso di vuoto e di amarezza vissuto dalla sua protagonista [dalle motivazioni del Premio Roma: prova a scriverla 2010]

Il sole di mezzogiorno infuocava il selciato, sbiadendo lo sfondo e scontornando la maestosità del Colosseo. Adua era seduta sul marciapiede, sola, assorta ad osservare quel curioso viavai, appena protetta da un vecchio cappello. Intorno beccheggiavano i piccioni che erano accorsi, non appena aveva cominciato a disseminare le mollichine di un pezzetto di pane che aveva cavato dalla tasca dei pantaloni: loro almeno, non provavano né vergogna, né imbarazzo a fermarsi con lei.

I vigili avanzavano verso di lei, chiacchierando spensierati, ma già sapeva che l’avrebbero allontanata. Non volevano che stesse lì e nemmeno che desse da mangiare ai piccioni: la sua miseria strideva violentemente con la grandezza del luogo. Quel giorno non le andava di discutere. Faceva troppo caldo ed era stanca. E, poi, alla fine, in un modo o nell’altro, avrebbe dovuto andarsene. Si alzò lentamente, misurando i movimenti, e si diresse verso i fori imperiali.

Stava attraversando una città silenziosa, svuotata dagli abitanti e popolata dai volti curiosi e sorridenti dei turisti che la incrociavano e le passavano accanto, senza dedicarle un sorriso. Erano carichi di macchine fotografiche e di pacchetti eleganti. Li guardava con malinconia e cercava di avvicinarsi, ma nessuno si sarebbe fermato.

Era piccola e scarna, agile e vivace, nonostante gli anni. Gli occhi neri mostravano continuamente lo stupore e l’entusiasmo dei bambini o, forse, soltanto nascondevano l’amarezza e la delusione. La carnagione era scura, come lo erano stati anche i capelli, ricci e corti. Gli abiti erano vecchi, lisi, non sempre puliti e troppo grandi per lei. La schiena incurvata, le mani scarne e le rughe tradivano un’età che non riusciva ad accettare. Avrebbe desiderato restare bambina.

Le immagini dell’infanzia continuavano a sfumare in dolorose intermittenze del cuore, ora lucide, ora confuse in una onirica rappresentazione della vita. Il viaggio in treno, piazza Venezia in visibilio, gli occhi di suo padre, colmi di speranza. E poi la nave, carica di sogni, e la gente festosa che li salutava mentre si imbarcavano.

Le sponde dell’Africa avevano ben presto smorzato gli entusiasmi: la terra arsa dal sole esigeva sudore e non produceva frutti, ma non si erano arresi neppure di fronte ad una città che non c’era. Vicino ad un villaggio di capanne, mattoni a secco e tetti di paglia, avevano costruito un borgo che ricordava quelli da cui erano partiti, fatto di casette asfittiche che raccontavano storie di povertà e di ordinaria umanità.

Come in Italia, il lavoro nei campi continuava a scandire le ore e le stagioni della loro vita che non era cambiata troppo, né era meno faticosa, anche se non pativano più il freddo e, quando pioveva, potevano sperare di non soffrire la fame. A volte, la sera, avvertivano un senso di nostalgia, ma indietro non sarebbero potuti tornare: avevano venduto la casa grigia e fredda, la vecchia macchina da cucire, il fucile da caccia; il resto avevano regalato o scambiato, ché tanto non aveva alcun valore. Non avevano lasciato nulla, nemmeno il ricordo.

Al villaggio non scendevano mai, se non per qualche commercio. Ed era spaventata da quegli uomini alti, scuri che ridevano mostrando denti grandi e bianchissimi, avvolti in camici ampi e senza forma, drappeggiati di colori vivaci. Le donne erano magre, dritte e generose e portavano le spalle scoperte, mentre sua madre era abituata a coprire il capo con un fazzoletto scuro. C’erano tante cose strane in quella infanzia senza inverni.

Giovani turisti bivaccavano sulla larga scalinata bianca di piazza Venezia, che un giorno l’aveva illusa, celebrando la fatua apoteosi di un’Italia che si credeva grande; obbedendo alla triste profezia del suo nome.

Per ben due volte, Roma era stata tragicamente fatale: aveva disseminato di inganni il suo cammino e aveva poi finito per dimenticarla, così come ogni cosa di cui, in fondo, ci si vergogna un po’. Avrebbe dovuto odiare quella città e quei ricordi, ma preferiva rimanerci disperatamente avvinta. Non le rimaneva null’altro e aveva paura di essere inghiottita dalle onde dell’oblio. Forse per questo ogni giorno continuava a camminare tra la folla: voleva che la vedessero, che conoscessero la sua storia. Ma non riusciva a comunicare. Al più incrociava sguardi carichi di pietà e commiserazione. Qualcuno le offriva una moneta che rifiutava sdegnata, anche se le avrebbe fatto comodo, ché con la misera pensione riusciva appena a tirare avanti e d’inverno non aveva di che pagare nemmeno per accendere la stufa.

Guardò le bandiere dell’altare della Patria e avvertì una fitta al cuore. Pensò al maestro che a scuola narrava le gesta di soldati eroici e condottieri coraggiosi che non aveva mai visto, e raccontava di un impero di lustrini e di una civiltà che non poteva essere quella delle povere case, senza acqua corrente, né servizi, in cui vivevano. Eppure era stata orgogliosa di essere italiana.

Poi la guerra aveva portato via suo padre, senza medaglie e senza onori, appena in tempo perché non vedesse infranti i suoi sogni. Adua aveva dimenticato l’Italia, ma al villaggio non scendeva più. Aveva continuato a lavorare in silenzio, anche quando sua madre era morta, dividendo la solitudine con i pochi che erano rimasti a popolare le vecchie case coloniali, fino a quando aveva scoperto che la terra brulla che sapeva di mare non la voleva più: sarebbe dovuta tornare in Italia. Non aveva lacrime da versare e non aveva pianto nemmeno quando le avevano tolto il poco che aveva, misero frutto di una vita di sacrifici.

La nave era grande come quella del viaggio di andata, ma fredda e senza sogni. Il molo era deserto quando si erano imbarcati, di notte, come se stessero scappando. In Italia non c’era nessuno ad attenderli, se non la polizia di frontiera in un centro di accoglienza circondato da un reticolato. Si sentì tradita, ma non disse nulla. Tacque anche quando la portarono a Roma, in un condominio di periferia, vecchio e buio. Fu lì che scoprì, d’un tratto, quanto fosse dolorosa la solitudine.

Provò rapidamente a reagire: cercò di abituarsi; accettò addirittura il freddo dell’inverno e i lunghi giorni di pioggia che trascorreva sotto le pensiline delle fermate.

La mattina si alzava in quella casa, sempre più sporca e trascurata, e usciva rapidamente, alla volta dell’ennesimo viaggio sulle strade di Roma, dove sentiva il sussurro della pietra che raccontava una storia grandiosa e tragica.

Si accorse di avere fame; entrò in un bar e accettò un pezzo di pizza, che una commessa dallo sguardo gentile le porse. Avrebbe voluto pagare, ma non aveva denaro: ringraziò e imbarazzata scappò via. Non avrebbe mai potuto immaginare che, nella sua seconda vita, avrebbe conosciuto gli stenti ai quali aveva cercato di sottrarsi la sua famiglia. Alcune volte, era stata addirittura tentata di guardare in un cassonetto. Ma quello era troppo: anche se sapeva che nessuno le avrebbe badato...

Seduta sul bordo dell’aiuola di piazza Venezia continuava a guardare le rare auto che passavano, mentre i monumenti, la strada e i volti le giravano intorno in un turbinio confuso che si intrecciava con i ricordi. Poi, mentre il tramonto minacciava i colori del giorno, si diresse lentamente verso la fermata: di lì a poco, a casa, si sarebbe ritrovata sola.

Salì sul tram e si fermò nella parte posteriore che di solito era occupata da immigrati che, come lei, si sentivano stranieri in una città che non li accettava. Con loro, a volte, riusciva a parlare, ma doveva stare attenta a non spegnere il barlume di speranza che portavano negli occhi. Quella sera, invece, la vettura vuota riecheggiava la sua malinconia.

Rimase immobile, in silenzio, fino a quando il tram, stridendo sulle rotaie come in un grottesco sbadiglio, arrivò al capolinea e Adua scese. Con la mano, fece un cenno di saluto un po’ infantile al conducente e si perse nel buio dell’ennesima notte di periferia che urlava solitudine e silenzio.

 
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