«Garibaldi è un uomo capace di trionfare in qualsiasi impresa» – sostiene Alexandre Colonna Walewski, suo contemporaneo, figlio naturale di Napoleone e ministro degli esteri della Francia. Limitare il lemma “impresa” agli eventi bellici sarebbe riduttivo: significherebbe guardare al personaggio e perdere di vista l’uomo.
Nella sua straordinaria esistenza Giuseppe Garibaldi è stato paladino generoso di molte imprese e, talvolta, oppositore di quelle stesse cause quando la storia cambiava direzione. Sarebbe un errore, però, spiegare tutto con l’ingenuità o l’avventatezza, peggio con l’opportunismo. Alla fine della vita, quell’uomo impulsivo aveva visto realizzarsi il sogno di un’Italia unita. Spesso cambiare idea non è incoerenza: è intelligenza prospettica, capacità di adattarsi alle novità e di cogliere il momento. Garibaldi, in questo, era abilissimo.
Era nato cittadino francese, anzi suddito di Napoleone, tanto che in più occasioni firma come Josef Garibaldy, ma si erge a patriota italiano. Aveva preso la cittadinanza peruviana e si sentiva anche statunitense. E avrebbe servito la causa di sei Stati diversi.
Era repubblicano mazziniano, ma sposa le ragioni della dinastia Savoia. Quando Carlo Alberto si fa paladino della causa italiana, Garibaldi comprende che solo il Regno di Sardegna può unificare l’Italia e lo accetta con slancio. «Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo». «Per pessimo che sia il governo italiano, ove non si presenti l’opportunità di facilmente rovesciarlo, credo meglio attenersi al gran concetto di Dante: Fare l’Italia anche col diavolo» – scrive nel suo testamento. E quanto ai repubblicani, aggiunge: «Io spero di vedere il compimento dell’unificazione italiana, ma se non avessi bastante fortuna, raccomando ai miei concittadini di considerare i sedicenti puri Repubblicani col loro esclusivismo, poco migliori dei moderati e dei preti, e come quelli nocivi all’Italia». Né manca di applicare principi democratici poco ortodossi: da repubblicano, durante la Spedizione dei Mille, finisce per proclamarsi dittatore del Regno delle Due Sicilie. E, per di più, in nome di Vittorio Emanuele.
Era anticlericale, tanto che «trovandomi in piena ragione oggi, non voglio accettare in nessun tempo, il ministro odioso, disprezzevole e scellerato d’un prete che considero atroce ne- mico del genere umano e dell’Italia in particolare. E che solo in istato di pazzia o di ben crassa ignoranza, io credo possa un individuo raccomandarsi ad un discendente di Torquemada». Per lo stesso motivo raccomanda «ai […] figli, od […] amici, di bruciare il mio cadavere […], e di raccogliere un po’ delle […] ceneri, in una bottiglia di cristallo, che collocheranno sotto il […] ginepro». Ma si sposa in chiesa con Anita e vuole che i figli siano battezzati. Offre la sua spada a Pio IX. Partecipa al Te Deum a Laguna e assiste compunto alla liquefazione del sangue di San Gennaro al suo arrivo a Napoli nel 1860. Stringe fraterne amicizie con Abbé Paul Félix Semidei e Padre Ugo Bassi, sacerdoti di forte spiritualità, ancorché entrambi in odore di scomunica per motivi di carattere politico. Né mancano nelle Memorie riferimenti espliciti alla sua fede in Dio.
Era il guerriero anche spregiudicato di mille battaglie combattute all’occorrenza all’arma bianca, ma nel 1867 viene acclamato presidente onorario del Congresso Internazionale della Pace di Ginevra.
Era abolizionista, cioè contrario alla schiavitù, tanto da rifiutare di partecipare alla Guerra di Secessione perché Abraham Lincoln non aveva ancora abrogato espressamente la schiavitù, ma in Brasile serve agli ordini di Bento Gonçalves che era padrone di schiavi e in Sicilia, a Bronte, difende i diritti feudali degli inglesi.
Era contrario alla pena di morte, ma nel 1844 in Uruguay, manda davanti alla corte marziale il capitano Juan Alazard per una banale lite tra ufficiali, salvo successivamente invocarne la grazia. Durante la ritirata da Roma, grazia un infiltrato austriaco a Terni, poi fa passare per le armi, senza processo, uno dei suoi volontari, colpevole di furto.
Era corsaro, ma la sua patente di marca era rilasciata da uno Stato che non esisteva. E comunque non sempre depredava gli equipaggi abbordati.
Era un rivoluzionario, ma viveva con borghese disagio i cataclismi sociali delle rivoluzioni.
Era un noto donnaiolo incallito e impenitente, ma teneva molto alla famiglia e per Anita taglia addirittura i capelli per non attirare attenzioni femminili.
Era un ingenuo, un impulsivo e un avventato, ma, pur di coronare – è il caso di dirlo – il suo sogno di vedere l’Italia unita, sa quando agire e quando ritirarsi.
Era povero e generoso, ma… No. Su questo il mito non ammette esitazioni. Lo racconta egli stesso con estrema dignità e lo confermano molte testimonianze di contemporanei e biografi: nessuno, almeno nella tradizione più consolidata, ha mai davvero messo in dubbio l’immagine della sua dignitosa povertà. Dovremmo dedurne che un tesoro di Garibaldi non esiste.
E, tuttavia, proprio questa certezza, così compatta e così utile alla costruzione dell’Eroe, apre la prima crepa: se Garibaldi è stato davvero povero per tutta la vita, come ha potuto pensare, trattare, acquistare e poi mantenere Caprera?
Proprio questa deduzione, apparentemente marginale, merita di essere interrogata. Non si tratta di immaginare un Garibaldi avido o doppio. Al contrario: proprio perché la sua generosità è largamente documentata, la domanda va posta con maggiore precisione. Caprera non smentisce la povertà garibaldina; la complica. Costringe a chiedersi se accanto alla povertà vissuta, ostentata e infine consacrata dal mito, sia esistita anche una riserva discreta, nata altrove e destinata non al lusso, ma alla vecchiaia, alla famiglia, a un rifugio. Alla sopravvivenza.