Così è (se vi pare)

Il sepolcro di Rosita

Rosita Garibaldi: due sepolcri(?) divisi da un oceano

“… un sasso / che distingua le mie dall’infinite / ossa che in terra e mar semina morte…” [Ugo Foscolo, Dei sepolcri, Brescia, 1807]

È un pensiero che, sin da giovane, complice probabilmente il distacco dagli affetti e una vita avventurosa, a tratti spregiudicata, ricorre spesso in Garibaldi: il leone della libertà che, in mare o sul campo di battaglia, sfidava con sprezzo e allegra incoscienza la morte, aveva orrore che i suoi resti mortali potessero essere dispersi e la memoria sottratta al ricordo dei vivi.

Le Memorie contengono diversi riferimenti a questa paura: la confessa a Luigi Carniglia, quando ferito gravemente, dopo aver assistito alla sepoltura in mare di un compagno, chiede “di non essere seppellito nell’onde […perché il suo cadavere non debba…] sfamare alcuni lupi marini o qualche jakaré”[1]; la ricorda in occasione del naufragio della Rio Pardo, quando muore Edoardo Mutru, “un altro martire della libertà italiana privo di un sasso che segni ove furon sepolte le sue ossa” [2], e quando assiste al sacrificio di Luigi Rossetti (“Non v’è un angolo della terra ove non biancheggino l’ossa di un italiano generoso! […] ed essa [l’Italia] scorda coloro che fecero bello il suo nome nel nuovo mondo” [3]).

Da ultimo, lo stesso pensiero – ormai prossimo a diventare ossessione – ispira le sue ultime volontà, in cui con mano incerta, ma mente lucida, verga precise disposizioni perché le sue spoglie siano cremate su una pira, come quelle di Cesare, e conservate sotto un sasso di granito grezzo[4].

Eppure, lugubre ironia della sorte, molte sono state – e sono – le vicissitudini che, in un modo o in un altro, hanno coinvolto l’estrema dimora dello stesso Eroe e dei suoi cari.

La ragion di Stato e i rapporti con la Chiesa ne impediranno la cremazione delle spoglie mortali che saranno, invece, imbalsamate e deposte – questo sì – in un sarcofago di granito di Sardegna, che, ancora oggi, alimenta periodicamente dubbi circa un suggestivo, quanto improbabile trafugamento[5].

Sorte assai più movimentata e degna di pietà ebbero i poveri resti di Anita: la famiglia Ravaglia, che pure accolse i fuggiaschi, si affrettò, a poche ore dalla morte, a sbarazzarsi dell’ingombrante cadavere, seppellendolo nella terra nuda e non consacrata e suscitando, nonostante le contingenze del momento, lo sdegno di Nino Bonnet[6]. Altre cinque volte quel povero corpo verrà riesumato e tumulato, talvolta nascosto da una lapide anonima, prima di trovare una degna collocazione a Roma, sul Gianicolo, in quegli stessi luoghi che la videro combattere i francesi nel 1849 e che assistettero all’inizio della tragica ritirata[7].

Più recenti e note, le vicissitudini del sepolcreto di Caprera, “dichiarato chiuso alla morte di Francesca, nel 1923, pochi mesi prima della morte di Ricciotti e ancora disponibile ad accogliere soltanto la figlia di Francesca, Clelia, nel 1959”[8].

“Nemmeno la pace eterna – commenta Anita Garibaldi Jallet – è talvolta cosa semplice nella nostra famiglia e del resto vi è ancora chi propone di portare Anita a Caprera o Giuseppe a Roma. La città di Anita, Laguna, nel Rio Grande [rectius, in Santa Catarina do Sul, n.d.a.], vorrebbe le amate spoglie”[9].

E c’è ancora una storia – in verità poco nota – che tocca il cuore e lo riempie di tenerezza, una di quelle vicende che è rimasta per anni avvolta in un limbo di dubbi e di incertezze per alcuni versi sorprendenti.

Andiamo con ordine.

Nel 1841, Giuseppe e Anita, con il piccolo Menotti, alla ricerca di una vita più serena e delusi dall’esperienza farroupilha si erano trasferiti dal sud del Brasile a Montevideo, dove Garibaldi, dopo essersi guadagnato la vita come sensale di stoffe – con che risultati possiamo immaginare – e come insegnante di matematica, si era lasciato convincere ad arruolarsi nella piccola e male attrezzata marina orientale[10].

I soldi erano pochi, si racconta che non bastassero nemmeno a comprare le candele per illuminare la casa, e i due sposi trascorsero lunghi periodi lontani, mentre il marinaio di Nizza cominciava quell’epopea che lo avrebbe consacrato Eroe dei due mondi.

È in questo contesto, in una povera e disadorna casa di Calle del Porton, che nel 1843[11] (secondo qualcuno l’11 novembre[12], secondo altri il 30[13]) nasce una bambina, cui viene imposto, in onore della nonna, il nome di Rosa e che in famiglia i genitori chiameranno sempre affettuosamente Rosita.

Garibaldi la ricorda come vivace ed estroversa, simile a lui nel carattere, ma con la determinazione di Anita: “Rosita era una bellissima, una carissima bambina. […] L'intelligenza sua era precoce”[14].

Così come in tante altre occasioni, tuttavia, la sorte non si sarebbe mostrata benigna:

Rosita morì il 23 dicembre 1845[15], probabilmente per la difterite[16] o in seguito all’epidemia di scarlattina che, in quell’epoca imperversava a Montevideo[17]. “Morì dai quattro ai cinque anni”[18] – ricorda il padre.

In quel periodo Garibaldi si trovava al Salto e non assistette alla morte della figlia, né alle esequie, officiate dall’abate Paul Felix Semidei[19], e alla successiva inumazione nel cimitero centrale di Montevideo, di cui si occupò il legionario Giuseppe Lavagna, fidanzato (o forse addirittura sposo) della balia di Rosa[20].

Garibaldi – cui nel frattempo era stata annunciata la nascita di Teresa, quasi contestuale alla morte di Rosita – apprende la notizia solo un paio di mesi più tardi, “quando non v’erano o non sembravano esservi più motivi militari che potessero imporre una specie di censura”[21], da una comunicazione del generale Melchor Pacheco y Obes, secca, quasi brutale.

Così racconta nelle Memorie: “Il Dipartimento del Salto tutto in nostro potere, e la colonia militare in stato floridissimo... in quel giorno dunque io ero felice quanto lo può essere un soldato cui ogni cosa di guerra va a gonfie vele, quando una lettera giuntami dal generale Pacheco, allora Ministro della guerra in Montevideo laconicamente diceva: “Vostra figlia Rosita è morta. In ogni modo dovrete saperlo, dunque, etc...” Tu non sei padre!, non lo fosti e non lo sarai giammai! tale era e fu quell'uomo!, perché, se padre, egli meglio avrebbe apprezzato l'amore per una figlia!... L’uomo apprezza l'opera sua e vorrebbe possibilmente fosse migliore dell’altrui. E la donna poverina, che soffre tanto nell’opere sue, non ha essa il diritto di credere almeno d’aver partorito una bella, una buona cosa nel bimbo o nella bimba ch’essa diede alla luce? Tale era la mia povera Anita, e se dovessi raccontare tutte quante le doti ch’essa aveva trovato nella nostra povera Rosita, sarebbe cosa incredibile. […] essa si estinse nel grembo della madre, come si estingue agli occhi nostri nell'Infinito la luce del primogenito della Natura, gradatamente, dolcemente, affettuosissimamente. Morì senza lamentarsi, supplicando la madre che non si addolorasse, che si ritroverebbero presto per non più dividersi, ed un mondo di cose gentili! Infine io passerò per un visionario, ma così sincere, così veridiche, così scolpite nel mio spirito mi sembrano le ultime parole della figlia alla madre, raccontatemi dalla mia Anita quando giunse a Salto (ove la chiamai per paura che diventasse pazza) ch’io risposi all’addolorata consorte: “Oh, si! Noi rivedremo la nostra Rosita, l’anima nostra è immortale!, e questa vita di miserie non è che un episodio dell'immortale e divina scintilla, parte della fiamma infinita che anima l'Universo!””[22].

Garibaldi passava così, all’improvviso e senza soluzione di continuità, dalla soddisfazione per le imprese militari, alla più tetra disperazione domestica.

Il passo citato, tuttavia, non convince per una serie di ragioni.

Pensiamo solo alle (ultime) parole della bambina. Garibaldi, come visto, riferisce, per averle sentite da Anita, di riflessioni sulla vita e sulla morte che certo suonano strane in bocca ad una creaturina; pensieri fin troppo grandi e profondi non solo per una bimba di due anni, ma anche per una di cinque, per quanto matura, riflessiva e intelligente potesse essere. Il ricordo postumo sembra evidentemente, artefatto dalle passioni e dai sentimenti.

Si dirà che la tragedia e la disperazione di quel momento hanno guidato la mano di Garibaldi, lasciando un ricordo così doloroso, anche a distanza di tanti anni. E ciò è, se non altro, comprensibile.

Ma diverse e più significative sono le incongruenze di quel commuovente racconto.

Intanto, l’età di Rosa.

Garibaldi afferma che la bambina sarebbe morta tra i quattro ed i cinque anni di età. Quindi, Rosita sarebbe nata nei primi mesi del 1841, cioè quando Giuseppe e Anita vivevano ancora nel sud del Brasile. L’ipotesi di un altro(a) Garibaldi brasiliano(a) – oltre Menotti – è suggestiva e troverebbe conferma nella testimonianza di Pasquale Papini, italiano emigrato in Uruguay nel 1826, che racconta come i coniugi Garibaldi sarebbero arrivati a Montevideo con due figli[23]. D’altro canto, l’incertezza sulla data di nascita di Rosita è alimentata anche dalla mancanza di un certificato di battesimo[24] ed è, per le ragioni che andiamo ad esaminare strettamente connessa con l’altro episodio – ancora una volta ricordato(?) dal papà – che completa questa triste storia.

Garibaldi racconta come, lasciando Montevideo per il tanto sospirato ritorno in Italia, non potesse non rivolgere un pensiero a quel corpicino sepolto nel cimitero centrale di Montevideo. Ed infatti, sempre dalle Memorie: “Io lasciavo una terra dove rimanevano molti cari ricordi, e da cui mi dividevo con dolore. Ma potevo, partendomi, dividermi dai resti della mia bimba?, e poi che consolazione per Anita, per la mia vecchia, di congiunge le ossa di una creatura sì cara con quelle dei parenti nel camposanto di Nizza. Lavagna era uno de’ miei giovani soldati della Legione, maritatosi alla nutrice della mia bambina ch’era rimasta di casa. Lavagna di buona indole, affezionato a Rosita e a me, fu il mio complice nel furto che io mi proponeva di fare al cimitero di Montevideo, i resti della figlia del mio cuore. E Lavagna, che l'aveva seppellita, si incaricò di toglierla, farla chiudere ben condizionata in una cassetta di piombo, e raccomandarla a bordo della Speranza”[25].

L’ipotesi – poetica e commuovente – è accreditata da numerosi e autorevoli biografi[26], ma è smentita dalle risultanze storiche: nessuna evidenza conferma, infatti, il pietoso trafugamento. Anzi…

Ancora oggi nel cimitero centrale di Montevideo vi sono due particelle di proprietà di Giuseppe Garibaldi, contrassegnate con i numeri 971 e 972. Sulla lapide di marmo grezzo, sicuramente coeva, si ricorda, ovviamente in lingua spagnola, “Rosa Garibaldi, morta all’età di trenta mesi il giorno 23 dicembre 1845”[27].

L’epitaffio – che evidentemente non collima con l’età riportata nelle Memorie – trova conferma nel libro dei defunti della parrocchia di S. Francesco di Assisi di Montevideo: dall’atto di morte – rinvenuto solo negli anni ’60 – e dal registro di sepoltura si risale con ragionevole certezza all’identità della bambina e alla data di morte[28].

Ma vi è di più. L’8 febbraio 1916 Settembrino E. Pereda – al quale dobbiamo una preziosa ricostruzione complessiva degli avvenimenti uruguaiani di Garibaldi – ottiene dal direttore del cimitero di procedere ad una ricognizione di quel che restava nel loculo 972. Ad una analisi necroscopica risultò non solo la presenza del cadavere, ma anche che quei poveri resti erano riconducibili ad una persona tra i due e i tre anni di età[29].

A conferma di ciò, non vi è traccia documentale alcuna di una esumazione dal cimitero di Montevideo, né di una successiva tumulazione a Nizza[30].

Gli elementi storici, quindi, ritornano a comporsi come le tessere di un mosaico ben ordinato: nel cimitero Centrale di Montevideo, nel loculo contrassegnato con il numero 972, dietro una lapide coeva, riposano i resti mortali di Rosa Garibaldi, figlia di Giuseppe e di Ana Maria de Jesus Ribeiro, morta il 23 dicembre del 1845, all’età di circa trenta mesi.

Né deve del tutto stupire l’errore di Garibaldi sull’età della bambina. Ritenuta sostanzialmente attendibile in riferimento alla essenza dei fatti, la produzione garibaldina – e le Memorie in particolare – non sempre sono precise sulle date[31]. Anzi, è interessante notare come, non riuscendo a ricordarne le date, il vecchio Garibaldi di Caprera conservasse un registro in cui annotava le nascita di figli e nipoti…

Tale circostanza, probabilmente commista ad un senso di colpa e di pietà per quel sepolcro così lontano e il risuonare del racconto di quei tristi, ultimi momenti, uditi da Anita ancora sconvolta, devono aver alterato il ricordo in Garibaldi e, come in un dramma di Pirandello, trasfigurato i fatti della successiva tumulazione.

L’ipotesi suggestiva del corpicino trafugato nottetempo da un lato dell’oceano e seppellito dall’altro, dopo un viaggio per nave accanto al suo papà, per quanto poetica e dolcissima, è ragionevolmente smentita: i resti mortali di Rosita Garibaldi riposano a Montevideo, dietro una lapide di marmo, dimenticata in Italia, ma sulla quale, ogni anno, il giorno dei morti, una mano pietosa, forse addirittura ignara dei fatti dell’8 febbraio, depone, ancora oggi, fiori di campo appena colti. [Pubblicato su Camicia Rossa, 1/2008, gennaio-marzo 2008]

 


[1] GARIBALDI, Giuseppe, Le Memorie di Garibaldi nella redazione definitiva del 1872, a cura della R. Commissione, Cappelli, Bologna, 1932.

[2] GARIBALDI, Giuseppe, op. ult. cit.

[3] GARIBALDI, Giuseppe, op. ult. cit.

[4] Per una ricostruzione puntuale delle disposizioni testamentarie dell’Eroe, v. SCIROCCO, Alfonso, Garibaldi: battaglia, amori, ideali di un cittadino del mondo, Gius. Laterza e Figli, Bari, 2002; v. anche BORDONE Francesco, Vita di Garibaldi, Traduzione di INTRA, Giulio, Edizioni Aurora, Milano, 1935.

[5] “Un'istanza al governo italiano per aprire la tomba di Giuseppe Garibaldi per accertare se contiene i resti dell'Eroe dei due mondi. L'ha fatta la pronipote, Anita Garibaldi, sostenendo che i garibaldini potrebbero aver aperto la tomba e cremato l'Eroe, come era la sua volontà. La discendente ha ribadito le perplessità sul fatto che a Caprera sia conservata la salma del bisnonno”, ANSA, 22 ottobre 2007.

[6] BANDI, Giuseppe, Anita Garibaldi, Nuova edizione con documenti sulla vita di Garibaldi in America, a cura di DORIA, Gino, R. Bemporard & F. Editori, Firenze, 1932; BORIS, Ivan, MILANI, Mino, Anita Garibaldi, Vita e morte di Ana Maria de Jesus, Camunia Editrice, Milano, 1995.

[7] Per una precisa ricostruzione delle sette sepolture di Anita, v. CADORIN, Adílcio, Anita Garibaldi. A guerreira das repúblicas, IOESC, Florianópolis, 1999.

[8] GARIBALDI JALLET, Anita, Giuseppe e Anita Garibaldi: la loro discendenza, Fondazione Bergamo nella Storia, Bergamo, 2003.

[9] GARIBALDI JALLET, Anita, op. cit.; CADORIN, Adílcio, Anita Garibaldi. Guerreira da Liberdade, Editora Nova Cultural, São Paulo, 2003.

[10] Per una ricostruzione di quel periodo, v. PEREDA, Settembrino E., Garibaldi en el Uruguay, Imprenta “El Siglo Ilustrado” de Gregorio V. Mariño, Montevideo, 1914-1916; FRISCHAUER, Paul, Garibaldi: el Héroe de dos Mundos, Editorial Claridad, Buenos Aires, 1944; BORIS, Ivan, Gli anni di Garibaldi in Sud America – 1836-1848, Longanesi & C., Milano, 1970.

[11] BOITEUX, Henrique, Annita Garibaldi, Imprensa Naval, Rio de Janeiro, 1933 – 1935; MILANI, Mino, Giuseppe Garibaldi. Prefazione di Giovanni Spadolini, Mursia, Milano, 1982; BORIS, Ivan, op. cit.

[12] LAMI, Lucio, Garibaldi e Anita corsari, Milano, Tea, 2002.

[13] RAU, Wolfgang Ludwig, Anita Garibaldi. O perfil de uma heroína brasileira, Ed. do Autor, Florianópolis, 1975.

[14] GARIBALDI, Giuseppe, Le memorie in una redazione anteriore alla definitiva del 1872, a cura della R. Commissione, Cappelli, Bologna, 1932. In una lettera a Speranza von Schwartz, ricordando Rosa, secondogenita di Francesca Armosino, anch’essa morta in tenera età, Giuseppe Garibaldi scrive: “Rosa, come l’altra mia piccina che ho perduto in America, era troppo bella, troppo buona per questo basso mondo. […] Clelia ha buon cuore, ma assomiglia per il resto ad Anita [la figlia riconosciuta di Battistina Ravello, n.d.a.]; queste due fanciulle sono lontane dall’eguagliare le Rose” (cfr., GARIBALDI, Giuseppe, Lettere a Speranza von Schwartz, Passigli Editori, Firenze, 1982).

[15] GARIBALDI, Giuseppe, Le memorie in una redazione anteriore alla definitiva del 1872, cit.

[16] RAU, Wolfgang Ludwig, op. cit.; LAMI, Lucio, op. cit.

[17] RIDLEY, Jasper, Garibaldi, Mondatori, Milano, 1975; BORIS, Ivan, MILANI, Mino, op. cit.

[18] GARIBALDI, Giuseppe, op. ult. cit.

[19] LAMI, Lucio, op. cit.

[20] GARIBALDI, Giuseppe, op. ult. cit.; MONTANELLI, Indro, NOZZA, Marco, Garibaldi, Rizzoli, Milano, 1971.

[21] BORIS, Ivan, MILANI, Mino, op. cit.

[22] GARIBALDI, Giuseppe, op. ult. cit.

[23] BORIS, Ivan, MILANI, Mino, op. cit.; BORIS, Ivan, op. cit.

[24] È da osservare, però, che all’epoca il battesimo non era sempre contestuale alla nascita: Menotti e Teresa – per non allontanarci troppo – vengono battezzati ben oltre i due anni di età (RAU, Wolfgang Ludwig, op. cit.). Non possiamo, dunque, escludere che Rosa non sia stata battezzata.

[25] GARIBALDI, Giuseppe, op. ult. cit.

[26] MONTANELLI, Indro, NOZZA, Marco, op. cit.; RAU, Wolfgang Ludwig, op. cit.; VENTURI, Alfredo, Giuseppe Garibaldi. L’italiano esemplare, Edizioni Sonda, Casale Monferrato, 2002.

[27] RAU, Wolfgang Ludwig, op. cit.; BORIS, Ivan, MILANI, Mino, op. cit.

[28] RAU, Wolfgang Ludwig, op. cit. Peraltro, l’ipotesi che pure dobbiamo contemplare secondo la quale si potrebbe trattare di una omonimia, atteso che in quel periodo vivevano a Montevideo altri “Garibaldi”, non convince, salvo accettare una serie di coincidenze di nomi e di date perlomeno singolari.

[29] PEREDA, Settembrino E., op. cit.; v. anche BORIS, Ivan, MILANI, Mino, op. cit.; BORIS, Ivan, op. cit.; MODENA, Claudio, Giuseppe e Anita Garibaldi. Una storia di amore e di battaglie, Editori Riuniti, Roma, 2007.

[30] MODENA, Claudio, op. cit.

[31] BORIS, Ivan, MILANI, Mino, op. cit.

Articoli correlati

Garibaldi a Montevideo

Paolo De Nardo

Paolo De Nardo é Direttore General Counsel della Luiss Guido Carli; studioso appassionato, vorace e poliedrico; storico per passione. Il suo impegno più importante resta quello familiare: è il papà di Giuseppe e il marito di Julia.