Il contributo dell’emigrazione d’elite nella formazione delle coscienze nel Risorgimento italiano [1]
La storia del Risorgimento è più ampia di come siamo abituati a leggerla sui libri di scuola; si snoda anche fuori dai confini geografici della Penisola e gli eventi che coinvolgono gli stati extra europei hanno una influenza forse soltanto indiretta, ma tutt’altro che secondaria.
È un profilo spesso trascurato dagli studiosi europei e ancor più spesso divulgato in modo approssimativo e senza controllo delle fonti. Per tale ragione, molti degli argomenti che inquadreremo oggi trovano, nella storiografia ufficiale, interpretazioni vaghe e imprecise, se non addirittura storicamente false. In fondo, però, è il prezzo che si paga al mito che avvolge il nostro Risorgimento.
È per questa ragione che oggi ci limiteremo a riportare di uomini e di fatti storici, tralasciando personaggi e leggende. Racconteremo eventi memorabili e miserie umane, anche se ogni volta che li rievoco, rivolgo – quasi pentito – un pensiero a mio padre che, storiografo classico, non poteva accettare che sul Risorgimento e sui suoi protagonisti si addensassero le ombre del dubbio.
Per comodità sistematica seguiremo – sia pur sin troppo brevemente – la storia di un giovane ufficiale della marina sarda, di stanza a Genova nel 1834.
Giuseppe è nato ventisette anni prima a Nizza, una terra contesa tra Francia e Regno di Sardegna e vive con accesa partecipazione, come molti coetanei, i fremiti più o meno sotterranei che scuotono Genova. Non è un caso che molti tra i protagonisti del nostro Risorgimento vi siano nati o abbiano comunque avuto un rapporto intenso con questa città. L’antica e prospera repubblica marinara, infatti, era stata annessa al Regno di Sardegna dal Congresso di Vienna, un po’ per soddisfare le ambizioni espansionistiche sabaude, un po’ per ragioni di cinica opportunità economica, atteso che le monarchie europee non avevano di che restituire alle banche genovesi i danari che avevano avuto in prestito per combattere Napoleone. Difficile per i genovesi passare da cittadini a sudditi e darsene pace.
Peppino, così lo chiamano gli amici, è un ragazzo come tanti altri, basso, ma di corporatura robusta, nonostante sia afflitto da frequenti dolori articolari; ha gli occhi marrone e il volto incorniciato da un filo di barba castano; veste la divisa di ordinanza, senza fronzoli e non sa andare a cavallo; è timido, ma con le donne ci sa fare.
In una sera di febbraio del 1834 risponde ad una invocazione dai toni quasi mistici di un giovane Mazzini e diserta. Giunto al punto d’incontro convenuto, però, si ritrova solo: le defezioni dettate dall’insicurezza e gli arresti operati dall’efficiente polizia sabauda hanno stroncato sul nascere il velleitario tentativo di insurrezione.
Forse sarebbe potuto tornare a bordo della sua nave, ma prevale lo spirito irrequieto e impulsivo che ne avrebbe caratterizzato la vita.
Non senza difficoltà, inseguito da una condanna a morte – ma sul punto le fonti sono piuttosto dubbie – rientra a Nizza, dove, due anni più tardi, si imbarca alla volta del Brasile.
Così, nel gennaio del 1836 l’italiano sbarca nel porto di Rio di Janeiro.
È una tipica città di una colonia sudamericana: grandi strade e piccole case bianche; tante fontane e qualche graziosa chiesa in barocco coloniale. Il porto è affollato di navi portoghesi e inglesi. Però, si respira un’aria diversa rispetto alle altre grandi città del continente: Rio è la capitale di un impero. È un dato spesso trascurato, ma l’impero ha influenzato notevolmente la storia di questo paese, tanto da caratterizzarla e differenziarla da quella delle nazioni con cui confina. L’evoluzione storica ha dato al Brasile una cultura e una lingua diversa da quella del continente (il Brasile parla portoghese, gli altri paesi del Sud America spagnolo). Anche il processo di indipendenza è stato diverso: l’Argentina, la Colombia, il Cile insorgono contro la madre patria, in una rivoluzione di massa, almeno per quanto tali possano definirsi le insurrezioni che, nella realtà storica, mai nascono completamente dal popolo. L’indipendenza del Brasile nasce, invece, voluto o no che fosse, su impulso dei Braganza, cioè della monarchia che regnava sul Portogallo, di cui il Brasile era appunto una colonia.
Nel 1807, mentre le truppe napoleoniche invadevano il Portogallo, la famiglia reale, con l’aiuto della flotta inglese, si rifugiava in Brasile. Portava con sé una corte di quindicimila uomini, tra nobili, militari, funzionari pubblici, servitù. Portava, ovviamente, il tesoro reale, ma anche la zecca di stato, l’università di Lisbona, le accademie. Tutto quanto era necessario, cioè, per fondare dal nulla uno stato autonomo. E tale il Brasile fu, con Dom João VI di Braganza, almeno sino a quanto l’Europa fu scossa dagli eventi napoleonici. E comprensibilmente tale aspirava a rimanere anche dopo il Congresso di Vienna, all’esito del quale, nel 1821, i Braganza erano ritornati in Portogallo.
In Brasile era rimasto il ventitreenne Dom Pedro I, figlio di João ed erede al trono. Il carattere complesso di quest’uomo meriterebbe un approfondimento che il tempo ci nega: basti qui aggiungere che fu lui stesso a proclamare l’indipendenza dalla madre patria, o meglio a riscattarla, perché fu pagata con legnami di pregio, metalli e pietre preziose, e a farsi proclamare imperatore, per un regno che sarebbe durato solo nove anni, prima di abdicare per tornare in patria.
Sul trono gli succedette il figlio Dom Pedro II che aveva appena cinque anni e sarebbe cresciuto firmando i decreti che il reggente Dom Antonio Feijò predisponeva. Feijò era un gesuita, ma di idee liberali e ciò consentiva ai cittadini – o, meglio, ai sudditi, ché sempre di un impero parliamo – di godere di diritti e libertà che oggi appaiono naturali, ma che, all’epoca, erano inimmaginabili in Europa. La stampa, ad esempio, non aveva censura, istituto che in Italia durò, in un modo o nell’altro, sino al secondo dopoguerra. Anche le comunità straniere godevano di questo clima vagamente liberale e quella italiana, piccola e coesa, prosperava nei commerci tra i paesi del Rìo de la Plata (Argentina, Brasile, Uruguay).
È questa l’atmosfera che il giovane Giuseppe incontra a Rio e di questa libertà gode, in un ozio quasi catartico nei primi mesi. C’è, addirittura la possibilità di partecipare agli incontri della Congrega della Giovane Italia, cosa che in Italia avrebbe comportato la pena di morte. Il dibattito interno, però, è sterile: si limita più che altro a profili teorici e annoia il giovane italiano. Conosce, comunque, personaggi che ne influenzeranno la formazione e con i quali intratterrà rapporti importanti per oltre un decennio: Giovan Battista Cuneo (giornalista di fama, che sarà poi deputato del Regno d’Italia e con il quale Peppino avrà spesso da dire per questioni di donne), Napoleone Castellini e i fratelli Antonini (commercianti agiati e di idee liberali), Giacomo Picasso (un barbiere con un ruolo di spicco nella Congrega), Giuseppe Stefano Grondona (che era l’anima della comunità), Cesare Corridi (giornalista, su cui il giudizio storico deve rimanere sospeso, almeno finché nuove fonti documentali non chiariranno aspetti decisamente controversi). Conosce soprattutto Luigi Rossetti, genovese, la cui figura sino ad oggi è stata sin troppo trascurata e che ha un ruolo importante nella piena formazione ideologica di Giuseppe. È in questi anni, infatti, che si completa il suo impianto dottrinale, sino a questo momento decisamente frammentario. Rossetti è un teorico, invaso da una fede repubblicana quasi mistica. Dio è Patria – per dirla col Mazzini – e tutto ruota intorno a questo Principio. È il compagno ideale dell’impulsivo Peppino. Insieme tentano la via del commercio, ma senza successo: entrambi hanno un cuore più grande delle ambizioni economiche. Qualche anno più tardi, tanto per raccontare solo un aneddoto, Giuseppe regalerà l’unica camicia ad un commilitone, povero almeno quanto lui e andrà in giro per mesi con la giubba chiusa per nascondere il petto altrimenti nudo.
I due amici, pur coltivando sogni più ambiziosi, devono accontentarsi della routine quotidiana, almeno sin quando un incontro segnerà la vita di entrambi. Nella fortezza di Bahia, in una cella piccola, buia ed umida, sono stati rinchiusi il colonnello e capopopolo brasiliano Bento Goncalves e il conte italiano Tito Livio Zambeccari: una strana coppia. Zambeccari è un personaggio noto e carismatico. È figlio di uno dei pionieri dell’avionautica in Italia: Francesco, il padre è probabilmente il primo italiano a volare su una mongolfiera; ha combattuto nei moti del ’21 in Italia e poi in Spagna, in Grecia ed in Uruguay. In Brasile si era messo a disposizione appunto del Colonnello Bento Goncalves che aveva proclamato l’indipendenza del Rio Grande do Sul, cioè la provincia estrema del Brasile, appena sopra l’Uruguay. Erano stati catturati nella battaglia di Fanfa.
È un amore a prima vista per quella che ormai è chiamata la revolucão farroupilha, cioè la rivoluzione degli straccioni: la lotta per la libertà della Piccola Patria rio grandina sostituisce temporaneamente quella per una Italia unita. I due amici ricevono una patente da corsa, un documento cioè che li autorizza ad attaccare le navi brasiliane, austriache, sarde, battendo, appunto la bandiera dell’effimera repubblica e abbandonano la vita borghese.
In un giorno del gennaio del 1837, a bordo di una lancia battezzata per l’occasione Mazzini, lasciano il porto di Rio. La ciurma è composta da uomini fidati (Mutru è amico di Giuseppe sin dall’infanzia) e da filibustieri veri, pendagli da forca e avanzi di galera, con i quali è difficile convivere nell’intimità forzata di una piccola imbarcazione. A largo di Rio, senza alcuna difficoltà abbordando due navi da carico e sull’ultima, una sumaca, cioè una piccola caravella, ribattezzata ancora una volta Mazzini, proseguono il viaggio con il carico di caffè requisito (o, a guardare dalla sponda opposta, predato).
La costa è presidiata dalla marina imperiale. Il porto amico più vicino è in Uruguay, almeno stando alle informazioni ricevute. Ma la Banda Orientale, come allora si chiamava l’Uruguay, è scossa dalle lotte interne che vedono opposti Manuel Oribe, secondo presidente costituzionale, e il suo predecessore Fructuoso Rivera. Sbarcano a Maldonado, località che sarebbe stata resa famosa da Charles Darwin, da dove Rossetti prosegue a cavallo verso Montevideo: ha il compito di ingaggiare marinai per la nascente marina rio grandina e instaurare relazioni non solo commerciali.
C’è, però, che gli equilibri tra Rivera e Oribe sono cambiati e l’Uruguay è diventato ostile agli insorti. Solo la complicità dei fratelli massoni impedisce a Giuseppe di essere arrestato. Comunque il carico di caffè, in un modo o nell’altro, è stato venduto e adesso c’è almeno qualche soldo.
La navigazione prosegue verso sud, almeno sin quando non vengono incrociati da una o forse due navi da guerra della marina uruguayana con l’ordine di catturare – o anche affondare – quelli che sono considerati pirati.
Il combattimento è feroce e lo stesso Giuseppe viene ferito gravemente al collo; lotta tra la vita e la morte, accudito dall’amico Luigi Carniglia, mentre la navigazione prosegue, di fatto, senza meta. Solo a Gualeguay, in Argentina, la pallottola conficcata sopra il collo, tra le ossa del cranio e la mandibola, viene finalmente estratta.
Il clima di Gualeguay, però, non è dei più sereni per i nostri marinai: l’Argentina li considera banditi; la massoneria li protegge. In questa diarchia di poteri Giuseppe vive una sorte di soggiorno obbligato di sei mesi. Tra un corteggiamento e l'altro, impara a cavalcare come un gaucho e intrattiene sporadiche relazioni epistolari con gli amici di Montevideo e soprattutto con Cuneo. Il tempo, però, sembra non trascorrere mai!
La vicenda precipita quando, notte tempo, Peppino decide di allontanarsi dalla città, fidandosi della guida sbagliata che lo riconsegna alla polizia. Viene arrestato e appeso al soffitto della prigione per le braccia. L’interrogatorio è lungo e rude, ma le fonti concordano nel ritenere che non confessò i nomi di chi gli aveva fornito soldi, provviste e cavalli.
Come che fosse, nel giro di qualche giorno, il suo protettore, Jacinto Andreu, cittadino ricco e stimato, viene arrestato. È l'occasione per la massoneria di alzare la voce: in breve anche Giuseppe riottiene la libertà e si trasferisce a Montevideo.
La ricca comunità italiana lo abbraccia e per alcuni mesi lo nasconde alla polizia che lo cerca per i fatti di Maldonado.
Rossetti, nel frattempo, è a Caçapava do Sul, dove l'effimera repubblica rio grandina ha stabilito la sua capitale. Dopo aver tentato, senza troppo successo, di ingaggiare marinai per la guerra da corsa – i pochi che hanno risposto sono i soliti Mutru e Carniglia, qualche schiavo liberto e condannati ansiosi di sfuggire alle attenzioni della polizia uruguayana – si sta adesso adoperando per pubblicare un giornale, O Povo, e cioè Il Popolo. Nell'idea mistica – e qui non siamo distanti da Mazzini – che quest'uomo aveva della democrazia, la formazione delle masse costituiva il cardine centrale, la pietra angolare su cui fondare la democrazia stessa. Non era facile, però, nel sud estremo del Brasile dell'ottocento, trovare una macchina tipografica, né i caratteri e nemmeno la carta. E poi in fondo i vertici della repubblica avevano accettato l'idea più per cinico opportunismo che non per intima convinzione.
Bento Goncalves – che dopo una fuga rocambolesca dal carcere di Bahia, ideata dalla massoneria, era ritornato a Caçapava ed era stato acclamato presidente – aveva proclamato l'insurrezione due anni prima non certo per ragioni ideologiche.
Goncalves era un estanceiro, cioè un proprietario terriero che possedeva schiavi e avrebbe continuato a farlo per tutta la vita. Probabilmente non poteva nemmeno immaginare che un giorno le sue terre non sarebbero state coltivate da schiavi.
A ben vedere tutti I leader degli insorti erano ricchi e, in un modo o nell'altro, influenti: la repubblica non poteva che danneggiarli.
C’era, però, una questione di esercizio e rappresentazione del potere: lo stato era sostanzialmente assente: i ricchi proprietari terrieri, agli occhi di tutti, rappresentavano il potere reale e ambivano a farsi riconoscere anche quello formale. I funzionari con responsabilità di governo, però, erano nominati da Rio.
C'era poi una questione economica, come in quasi tutte le guerre che la nostra umanità ha visto: il carico fiscale era andato aumentando sin dal 1807 per sostenere le spese della corte dei Braganza e la pressione fiscale era andata aumentando soprattutto nelle province del sud.
Goncalves non aspirava, dunque, all’indipendenza, ma solo a ribaltare questo stato di cose per veder riconosciuto formalmente il ruolo dei potentati locali. Non guardava nemmeno alla federazione – di cui pure si parlava – con gli altri paesi cisplatini.
Ad esser precisi, di indipendenza, di repubblica, di democrazia e di principi mazziniani si cominciò a parlare solo con l'arrivo di Zambeccari.
Per taluni il principio autonomistico e democratico finisce per diventare una sorta di dramma ideologico, per altri è una questione di opportunità politica. È il caso del maresciallo Bento Manoel Ribeiro che è l’unico vero militare tra i rio grandini: a lui sono legate le sorti dello scontro e di ciò approfitta per passare con disinvoltura da uno schieramento all’altro, ottenendone, di volta in volta, nuovi onori.
E, d’altro canto, le vere ragioni dell’insurrezione non potevano certo essere condivise con il popolo che già manifestava una crescente insofferenza: la rivoluzione lo costringeva al sacrificio; i raccolti e le città venivano razziate dagli eserciti di ambi gli schieramenti.
La forma repubblicana era, quindi, una operazione di marketing che non convinceva Goncalves e il suo stato maggiore, ma certamente ne nobilitava il profilo e aveva un ritorno in termini di opportunismo politico.
La fondazione di O Povo è solo l'ultima tappa di questo percorso lastricato di ipocrisie e opportunismi e la debolezza del principio repubblicano sarà alla base dell'interruzione delle pubblicazioni, delle dimissioni di Rossetti e, infine, della completa chiusura del giornale.
Non senza difficoltà, in un modo o nell'altro, con i danari di Almeida – che esercitava la carica di ministro delle finanze gestendo più che altro le proprie consistenti sostanze –, e l'aiuto non secondario ed anche economico della comunità italiana di Montevideo, viene reperita una macchina tipografica e il 1 settembre del 1837, vede la luce il primo numero de O Povo. Poco più grande di un foglio da A3, piegato a metà, solo in rare occasioni superò le quattro facciate; nella prima pagina, caratterizzata dalla grafica ingenua dell’epoca, Rossetti aveva voluto che sotto il titolo, campeggiasse la scritta: “Il potere che dirige una rivoluzione deve preparare gli animi dei cittadini a sentimenti di fraternità, di modestia, di uguaglianza e di disinteressato e ardente amore di patria” (Mazzini). Disinteressato e ardente amore di patria: adesso non potevano più esserci dubbi sull’ispirazione mazziniana e sul contributo degli italiani.
Nel frattempo, Josè – perché adesso lo chiamavano così – era stato incaricato di costruire due lancioni da guerra nel pieno delle foreste brasiliane, in un terreno di proprietà della famiglia Goncalves.
L'attività si prolunga per diversi mesi, mentre la capitale viene trasferita – e con essa la tipografia – a Piratini, una città ancora più piccola e ancora più defilata rispetto al teatro di guerra. È proprio qui che si consuma lo scontro – sia pure solo dialettico – tra Almeida e Rossetti e che porta quest'ultimo a lasciare il giornale per riunirsi all’amico.
In realtà, la vita da soldato spaventa Luigi che, tuttavia, trova ancor più inaccettabile il sistema di menzogne e di trame che stanno coinvolgendo i vertici della repubblica. Asserragliati nel galpon di Xarqueada, un luogo normalmente adibito a salare la carne, non lontano dal cantiere dei lancioni, devono respingere l'attacco di Moringue, un famoso bandito assoldato dai lealisti, che grazie ad azioni cruente e spietate sta facendo carriera nell'esercito e nell'araldica. Josè comprende al volo la situazione, imbraccia i fucili, che i compagni provvedono a ricaricare, e mette in fuga circa 60 lealisti: è la sua prima battaglia terrestre ed è un successo, ma Rossetti la vive come un triste presagio di morte.
Terminata la costruzione delle due imbarcazioni, resta il problema di portarle fino al mare, sfuggendo ai presidi imperiali.
Nel frattempo nella provincia di Santa Caterina, appena a nord di Rio Grande, si sta manifestando un timido tentativo di rivolta.
La necessità aguzza l’ingegno: Josè fa costruire due coppie di ruote per ciascuna nave e con 200 buoi riesce a trainarle per 154 miglia, fino al lago Tramanday che sfocia nell’oceano. I lancioni si ritrovano dietro le navi brasiliane: la sorpresa è totale. Ma certo, anche in queste condizioni, è impensabile prendere Santa Maria del Desterro, la capitale di Santa Caterina, che è ben presidiata: le navi, così, fanno vela su Laguna, poco più di un villaggio, dove solo le case dei ricchi sono costruite in muratura, mentre le altre sono sospese su palafitte ai margini della laguna salmastra.
Non è una conquista sanguinosa a non essere che un errore umano causa il naufragio della Farroupilha, il lancione comandato da Josè, che vede morire annegati tutti i suoi compagni italiani.
Il colonnello rio grandino Cannabarro, che ha invaso la città per liberarla – anche questo è un concetto che ritorna con una certa frequenza nella storia contemporanea –, impone immediatamente una dittatura militare, mentre alcuni giorni dopo (siamo nel luglio 1839, da qui il nome), viene proclamata la Repubblica Juliana.
Per l'occasione, il villaggio viene innalzato al rango di città e, in assenza del presidente incaricato, che rimane prudentemente a Santa Maria, i poteri vengono esercitati da un sacerdote. Rossetti è incaricato di svolgere ‘ad interim’ le funzioni di segretario di stato e non è un compito facile, laddove uno stato non c'è. Proclama franco il porto della città per invogliarvi i commerci, ma non ottiene risultati; abolisce la schiavitù, che continua ad essere pratica comune; istituisce scuole pubbliche che durano lo spazio di un mattino. Soprattutto intrattiene relazioni commerciali stabili con la comunità italiana di Montevideo a cui ricorre soprattutto per gli indumenti e le armi dell'esercito. Non sempre ha di che pagare e spesso sopperisce con un richiamo ai principi della solidarietà democratica.
Però, non è oro tutto quel che luccica.
La città è rimasta tiepida, se non ostile: la guarnigione di Cannabarro sta dando fondo alle già esigue provviste e il timore dei civili di compromettersi agli occhi dei lealisti è concreto e umanamente comprensibile.
Molto si parla di Josè, l’italiano che, in spregio alle leggi dell'onore – che sono uguali in tutti i paesi – ha portato su una delle sue navi una ragazza del posto. Abbiamo già detto che il protagonista del nostro racconto è un inguaribile donnaiolo. Anita, però, era già sposata e, soprattutto, non era vedova, come il mito ricostruirà in epoca successiva. A dirla tutta non è nemmeno vero che il marito fosse lontano perché coscritto. Alcune fonti fanno ritenere che il povero Manoel Duarte, un modesto ed introverso calzolaio, sia stato ucciso dalle truppe di occupazione, probabilmente all'insaputa di Josè, ma con lo scopo di agevolargli la conquista. La Itaparica diventa così un povero nido d’amore o forse il rifugio di una coppia irregolare. Ed è probabile che a Laguna questa storia sia stata molto più chiacchierata dell'invasione.
In quei giorni poi si consuma una delle pagine più nere degli Italiani all'estero.
Il villaggio di Imaruì si è sollevato contro i repubblicani. È forse la zona più ricca di Laguna e Cannabarro ordina a Josè di procedere al sacco della città. Gli eventi che seguono sfuggono completamente di mano a Giuseppe e al suo secondo, l'americano John Griggs: quella ciurma di filibustieri inquieta e violenta, accecata dall’alcol e dall’avidità, mette a ferro e fuoco la città, sterminandone gli abitanti, uccidendo i bambini, violentando le donne; è un problema addirittura riportarli a bordo quando la città è già un rogo. Giuseppe porterà per il resto dei suoi giorni lo scrupolo di non essere riuscito a contenere quell'orda.
I fatti di Imaruì non sono del tutto estranei al malumore che va diffondendosi nella popolazione che insorge non appena le truppe imperiali appaiono all'orizzonte. Josè tenta di difendere il porto con enorme sacrificio di vite umane. Anita si offre di fare la staffetta porta ordini e tocca a lei annunciare che la battaglia è persa e le navi devono essere bruciate per non cadere in mano al nemico.
I lealisti incalzano ciò che rimane dell’esercito farroupa che si ritira disordinatamente. Canabarro è gaucho, coraggioso, autoritario e generoso, ma manca di organizzazione. La battaglia di Lages è un carnaio. Josè e Luigi riescono a fuggire, Anita è presa prigioniera. A raccontarla tutta, anche se questo non gli fa onore, il protagonista del nostro racconto non sembra troppo preoccupato della sorte della compagna. La donna, però, riesce a fuggire e sa con estrema lucidità che deve ricongiungersi al suo uomo: ha compreso da tempo che non sarebbe potuta tornare a Laguna, dove tutti – anche le amiche e i familiari – la consideravano una collaborazionista, se non una prostituta. Cavalca per giorni, travestita da uomo, fin quando non raggiunge i farrapos, impegnati in una disastrosa ritirata, tra le foreste umide e malsane dell'inverno brasiliano. È gravida e, dopo dieci mesi, dà alla luce un bambino cui sarà imposto il nome di Menotti in ricordo del sacrificio del patriota italiano.
È in quest'occasione che, allontanatosi Josè per cercare di che coprire il bambino, nasce il mito di Anita che a ventiquattro ore dal parto, sommariamente vestita, cavalcando a pelo, con in braccio il figlioletto, sfugge all'attacco del solito Moringue.
Il ridotto repubblicano si ritrova a Viamão, prontamente ribattezzata, ma ormai senza troppa convinzione, Settembrina, mentre Goncalves mantiene un assedio puramente simbolico su Porto Alegre: sa che comunque rimane una soluzione politica e poco lo interessa, come dicevamo prima, che questa non contempli la via repubblicana.
Il 24 settembre, Settembrina ritorna ad essere definitivamente Viamão, dopo una battaglia che vede la maggior parte dei repubblicani darsi alla fuga. L'unico atto di coraggio è di Rossetti: proprio lui, che non sarebbe mai voluto morire da eroe, rifiuta di arrendersi e viene ucciso.
Le tante delusioni, il figlio piccolo, la necessità di cercare nuove prospettive inducono Josè a congedarsi per trasferirsi a Montevideo. Prima di partire viene autorizzato da Goncalves a radunare novecento buoi tra quelli allo stato brado.
I seicento chilometri di strada vengono percorsi faticosamente. Probabilmente Anita – ma questa è un'intuizione sulla quale sto lavorando – era già incinta di Rosa. Durante il tragitto mandriani infedeli sottraggono bestiame e a causa di un guado sfortunato del Rìo de la Plata, Josè arriva alle porte di Montevideo con trecento capi magri e in cattive condizioni di salute. Non sa che in una città in guerra, dove mancano i rifornimenti, quella mandria potrebbe fruttare un piccolo tesoro e accetta il consiglio di abbattere gli animali: dell'epopea brasiliana non rimangono che trecento pelli di bue. Nessun caudilho sudamericano a lui contemporaneo o successivo avrebbe mai lucrato così poco.
La vita a Montevideo comincia in modo sereno. Josè cerca di adattarsi al ruolo di padre e di guadagnarsi da vivere facendo il sensale e l'istitutore. Conosce Francesco Anzani, lombardo. Si racconta che l’uno avesse due pantaloni e una camicia e l’altro due camice e un pantalone, il che avrebbe agevolato la comunione di intenti.
Josè è inquieto, almeno quanto lo era a Genova dieci anni prima: non può adattarsi ad una normale vita borghese, povera di avventure ed imprevisti. Non lo scoraggia nemmeno la nascita di altri tre figli, il matrimonio con Anita e la morte della piccola Rosa, la sua secondogenita, dovuta ad una epidemia di rosolia.
Montevideo, d’altronde, è terra di avventure. Vive da tempo l’assedio argentino con l’orgoglio del piccolo stato che si oppone alla potenza continentale. La storia contemporanea ci darà conto di quanto questo elemento sia tutt’altro che trascurabile, se solo pensiamo agli Stati Uniti in Vietnam e all’Unione Sovietica in Afganistan.
Juan Manuel de Rosas, tiranno di Buenos Aires, è un dittatore spietato e con importanti mire espansionistiche: ambisce a governare su una federazione che unisca i paesi cisplatini, dal Rio Grande all’Argentina, includendo la Banda Orientale. Ha assunto il potere in punta di piedi, ma per mantenerlo ricorre alla retorica dei Cesari romani, anticipando i dittatori europei del XX secolo: impone la divisa ad uomini e donne e la sua immagine, in posa marziale, sugli altari delle chiese, accanto alle icone del Santissimo.
Quando la pressione argentina diventa incalzante, Josè rompe gli indugi e si arruola nella marina uruguayana, ottenendo vittorie significative e inaspettate contro gli ammiragli inglesi ingaggiati da Rosas. La vita da marinaio lo porta a vivere spesso lontano dalla famiglia e non mancano le avventure galanti: secondo fonti attendibili ha addirittura una figlia illegittima.
Il governo di Rivera si rivolge agli stranieri perché partecipino alla difesa della città. La comunità italiana, senza troppo trasporto, raccoglie l’appello e organizza la Legione italiana, sull’esempio di quella francese. Giuseppe è il duce del riscatto dal giogo straniero; Anzani è l’infaticabile organizzatore; Cuneo è il divulgatore; Bartolomeo Mitre (illustre letterato e futuro presidente della repubblica argentina) è il cantore delle gesta che saranno.
La mattina si lavora, se non altro per sfamarsi, il pomeriggio si combatte: nonostante qualche sporadico aiuto di Castellini, mancano i soldi e, quindi, le armi, le divise, gli approvvigionamenti. Ma, in compenso, c’è tanto entusiasmo. La bandiera è un Vesuvio eruttante in campo nero a rievocare l’ardore per il lutto della Patria italiana. Francesco Anzani intercetta un carico di camici da macellaio, rossi per nascondere le macchie di sangue. Non è il colore più adatto ad una uniforme – si rischia di diventare facili bersagli sui campi di battaglia –, ma non c’è altro e poi nella Montevideo assediata non ci sono capi di bestiame da macellare. Il caso, la necessità e il lavoro di qualche sartina creano involontariamente il mito delle camice rosse.
L’8 febbraio 1846, a San Antonio del Salto si consuma il destino di Giuseppe.
Centoottantaquattro legionari, appunto in camicia rossa, tengono testa a 1.500 argentini in una battaglia dai ritmi intensi. Un maddalenino dagli occhi di ghiaccio e dal coraggio non comune si distingue alla guida dell’artiglieria: è il maggiore Giovan Battista Culiolo, noto con il soprannome di Leggero. Lo scontro dura l’intera giornata; gli italiani contano trentasei morti e numerosi feriti, ma, con il favore delle tenebre, riescono ad attraversare le linee nemiche in una manovra che sa di beffa.
Non è una vittoria, non in senso tecnico almeno: a stare alle fonti coeve sembra qualcosa di più una cauta ritirata, ma si trasforma nel successo di cui la nazione uruguayana sente il bisogno. Ai combattenti del Salto – che pure rifiutano le prebende economiche che il governo promette – vengono tributati i più alti onori militari; la data della battaglia diventa festa nazionale.
L’eco degli avvenimenti giunge fino in Italia.
È in questo momento che l’uomo assume le sembianze del mito: il nostro protagonista lascia così spazio a Giuseppe Garibaldi che, nell’immaginario popolare, incarna lo spirito che vuole guidare il Risorgimento: si apre addirittura una sottoscrizione per donare all’eroe una spada d’onore.
È l’universal chiamata – almeno a guardarla con un pizzico di narcisismo – che aspettava e il momento è propizio: le notizie di una insurrezione italiana corrono sempre più frequenti, dai porti europei a quelli americani (non c’erano molti altri strumenti di comunicazione all’epoca); a rimanere lontani c’è il rischio di non riuscire a prendervi parte.
La comunità italiana organizza – anche questa volta senza troppo slancio – una colletta per pagare il viaggio di chi vuol tornare. Partono prima le donne, per evitare rischi: c’è la possibilità che i loro uomini debbano sbarcare in Patria combattendo. Garibaldi compra una nave, presto ribattezzata Speranza: salpa il 15 aprile 1848; vi salgono a bordo in 63. Di questi, Anzani morirà di tubercolosi poco dopo essere tornato in Italia; in tanti si sacrificheranno a Roma, nel tentativo di difendere la Repubblica del 1849; alcuni tradiranno durante la trafila; Leggero resterà a fianco del suo generale per tutta la vita, con fede cieca ed incrollabile.
Proviamo adesso a tirare le somme di questa epopea sudamericana.
Giuseppe era partito con un filo di barba e un monte di speranze; Garibaldi ritornava con una folta barba che – nonostante l'età – andava incanutendosi; nell’immaginario collettivo era – e sarebbe rimasto – alto, prestante, con gli occhi azzurri; la camicia rossa e il poncho da gaucho ne avrebbero caratterizzato l’immagine; portava con sé la donna che sarebbe salita agli altari della patria italiana, pur senza esserlo, con l'aureola di eroina del Risorgimento. Solo la spada d’onore era rimasta in Sud America, pegno dei debiti contratti da un uomo che, baciato dalla fama, aveva preferito restare povero e onesto – e questa è una eccezione nella storia del nostro Paese! –.
Il bagaglio di esperienze era altrettanto ricolmo.
Da Rossetti, da Cuneo, dagli uruguayani aveva assorbito il concetto di nazione, dando a questa parola un significato pieno.
Da Bento Goncalves aveva imparato che, per dirla col Manzoni, le spade devono scintillare al sole: l'era delle società segrete e delle insurrezioni elitarie era trascorsa e non aveva dato frutti. La massoneria, la carboneria e quello che restava della Giovine Italia avrebbero potuto contribuire a diffondere il progresso, ma il Risorgimento non si poteva fare se non coinvolgendo il popolo.
L’esperienza di Rossetti lo aveva segnato: adesso sapeva quanto potesse essere difficile creare dal nulla uno stato democratico con una sua dignità istituzionale.
Da Bento Manoel Ribeiro, aveva appreso un notevole cinismo politico: l’Unità della Patria era l’obiettivo principe da perseguire, anche a costo di abdicare – sia pure temporaneamente – alle idee repubblicane.
In tante occasioni, avrebbe cercato di ispirarsi ai lucidi principi organizzativi con cui Anzani guidava le truppe, ma sarebbe rimasto più vicino, se non altro per indole, agli slanci di coraggio, eccessivi e generosi, quanto impulsivi e spesso inutili, di Cannabarro.
Aveva imparato qualcosa anche dal Moringue: quegli attacchi che oggi chiameremmo di guerriglia, quelle tecniche di battaglia così diverse da quelle che si insegnavano nelle accademie europee e che avrebbero sorpreso gli eserciti dei regni non solo italiani, sarebbero risultate decisive in non poche occasioni. Adesso poi sapeva anche cavalcare (e in questa posa l’iconografia ne conserverà il mito), montare all’escodero (come farà durante la trafila) e lanciare bolas (come faranno le sue camicie rosse in occasione della spedizione dei mille).
Di Juan Manuel de Rosas avrebbe imitato – con le naturali differenze – le politiche dell’immagine – oggi diremmo del marketing –, tanto da sviluppare una retorica che ne avrebbe fatto un mito già in vita e un esempio per la sua stessa generazione.
Al Salto aveva dimostrato che il successo complessivo di un’idea non si costruisce solo con vittorie schiaccianti.
Da Leggero aveva imparato il valore vero dell’amicizia, da Ignazio Bueno – che pure viaggiava con lui sulla Speranza e che lo avrebbe tradito in Romagna – a rassegnarsi di fronte alla delusione dell’ingratitudine.
Di Bartolomeo Mitre avrebbe imitato le velleità letterarie, anche se dei suoi due romanzi la letteratura italiana avrebbe fatto volentieri a meno.
parte l’ultima cattiveria, il carico della Speranza avrebbe caratterizzato la storia della Penisola per i cinquanta anni successivi: pensate quanto diversa sarebbe stato il nostro Risorgimento, senza il primo esilio sudamericano di Garibaldi.
[1] Relazione dell’intervento del 3 dicembre 2010 al Liceo Ginnasio Statale "D. A. Azuni" di Sassari nell’ambito del progetto LUISS per le scuole.