il segreto del tesoro di Garibaldi - Gangemi Editore

Libri e manoscritti, editori e self publishing

Gabriele D’Annunzio – che pure di diritti d’autore viveva – raccontava Emilio Treves, suo storico editore, come «un mercante, un negoziante di tele stampate, un industriale che specula sul sangue e sul cervello altrui». Né era più generoso con Arnoldo Mondadori.

E non è un giudizio isolato. Non solo tra gli autori, ma anche tra i lettori che nella migliore delle ipotesi identificano l’editore in una sorta di prezzolato passacarte, un corpo estraneo, insomma, alla nobile catena editoriale, interessato soltanto al danaro.

Negli ultimi anni la situazione è addirittura peggiorata e il pur modesto giudizio che i più ne avevano ha finito per lasciare spazio all’indifferenza.

Alcuni scenari sembrano tracciare un percorso che conduce dritti ad una sorta di Km0 dell’editoria, in cui l’autore si improvvisa editore e, dunque, imprenditore, stampatore, distributore, commerciante, esperto di pubbliche relazioni e poi chissà cos’altro. La tesi trova una apparente supporto nello sviluppo tecnologico, da cui deriverebbero la riduzione dei costi – non solo di stampa – e la semplificazione dei processi che finirebbero per garantire un accesso più democratico al mercato editoriale. Si finisce così, da ben oltre un ventennio, per annunciare la ormai(?) prossima estinzione della categoria, asseritamente superata dal self publishing, quasi fosse una liberazione.

Ma se mai doveste imbattervi questa buffa – e superficiale – ricostruzione – o, peggio, ve la dovessero raccontare –, non fateci caso; ascoltate senza ribattere: è solo una falsa (farsa?) rappresentazione della realtà o, se volete, un – ulteriore – tentativo di allineamento verso il basso. La verità è che i libri scartati dagli editori di norma non meritano di essere pubblicati. E meno ancora letti. E il self publishing non può superare questo limite.

C’è poi che, come qualunque prodotto complesso, il libro ha bisogno di più professionisti per vedere la luce. Il manoscritto – pur prodotto con il sangue e il cervello dell’autore – è appunto un manoscritto, un brogliaccio, nella migliore della ipotesi una bozza, nobile, ordinata, forse anche completa, ben scritta e ben argomentata. Ma non è un libro.

Perché diventi un libro serve appunto una casa editrice con tutta la sua complessa struttura. Serve un direttore editoriale che legga, valuti e selezioni (grazie Andrea Picchi!); serve una redazione che sappia pesare criticamente il libro e sappia indicare percorsi e revisioni, siano sostanziali o anche soltanto marginali; serve un grafico che abbia la competenza e la pazienza di inquadrare nelle gabbie quel testo che ad ogni modifica sgattaiola via (grazie Daniele Ghiazza!); serve un correttore di bozze e non è un lavoro per tutti; serve un ufficio stampa che sappia veicolare l’idea; serve, soprattutto, un editore che coordini ciascuna delle fasi anzidette, perché crede nel prodotto che sta pubblicando.

Tutto questo ho trovato in Gangemi Editore, una casa editrice solida, prestigiosa, storica che ha trasformato il manoscritto de Il segreto del tesoro di Garibaldi in un libro.

In qualche modo, dunque, è stato un incontro fortunato, fosse anche solo perché la mia scelta di condividere un percorso di studio e di ricerca si è incontrata con l’ambizione dell’editore di garantire che il prodotto editoriale fosse davvero di livello. Una determinazione comune e ferma di tutelare ciascuno la propria reputazione insomma. Con indubbi vantaggi per entrambi, certo, ma anche come previa forma di tutela del lettore.

Il che non può rappresentare la certezza che un volume sia di nostro gradimento, ma evita almeno di dover scartare dopo qualche riga un prodotto modesto.

O forse potrebbe bastare almeno a spazzar via anche nel lettore scetticismo e indifferenza: comprare un volume edito da un editore di prestigio significa, in qualche modo, che dietro quel libro c’è un lavoro di squadra che, sicuramente non basta a farne un classico, ma difficilmente tradirà le aspettative.

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Paolo De Nardo

Paolo De Nardo è Direttore General Counsel della Luiss Guido Carli; studioso appassionato, vorace e poliedrico; storico per passione. Il suo impegno più importante resta quello familiare: è il papà di Giuseppe e il marito di Julia.