Steve Jobs

Think different…

Appartengo alla prima generazione ad avere avuto un computer sin da bambino. Erano i primi anni ’80 e ancora la maggior parte degli uffici e delle attività produttive ne facevano a meno. Andavano però diffondendosi nelle case i primi Commodore e gli Spectrum; molto di meno gli Apple perché costavano troppo. I computer dell'epoca erano ingombranti e un po’ grigi, ostici da usare, lenti e – in verità – non troppo utili se non per i giochi.

Eppure, in quegli oggetti strani – che i nostri genitori guardavano con il malcelato sospetto che fossero inutili e i nostri amici con ammirazione o invidia – intravedevamo un futuro diverso, nel quale l’informatica avrebbe migliorato gli stili di vita. Di tutti.

In un mondo popolato di vecchie 500 e tante televisioni ancora in bianco e nero, non erano soltanto macchine. Erano molto di più: veicolavano sogni, in una visione forse infantile, forse ingenua, ma ricca di speranze. A dirla tutta, non era nemmeno una prospettiva del tutto originale: i deliri tecnologici di Steve Jobs – e, in misura minore, anche di Bill Gates – anticipavano i nostri sogni.

Forse, però, quella generazione, già nell’adolescenza, ha smesso di sognare o, più probabilmente, ha rinunciato a comunicare i suoi sogni: nell’attesa di grafiche sempre più curate, applicazioni più utili ed intuitive, macchine più veloci e capienti, le esigenze della vita ci hanno allontanato dall’informatica, a volte con scetticismo, altre con la convinzione che, prima o poi, vi avremmo fatto ritorno.

Il seguito lo conosciamo tutti: la fine del ‘900 ha segnato la diffusione di massa dei computer e intrecciato la vita di ciascuno di noi con l’informatica.

È significativo che questa evoluzione a singhiozzo che ha coinvolto più di una generazione coincida – non solo temporalmente – con la parabola della vita di Steve Jobs, che nella seconda metà degli anni ’80 si allontanava da Apple: l’home computing subì una – temporanea – frenata e le aspettative sulla diffusione del progresso informatico furono – fin troppo frettolosamente – ridimensionate.

Ma alla base di questa e di quelli ci sono presupposti differenti: Steve Jobs ha continuato a sognare, ad essere affamato, ad essere visionario; noi appunto no. Nemmeno quando abbiamo avuto in mano l’iPhone o l’iPad, accolti con entusiasmo, sì, ma con tanto, troppo pragmatismo.

Ecco: quello che, passata l’emozione di oggi, resterà di Jobs non è la rivoluzione tecnologica – di cui pure gli siamo debitori – e temo anche che resterà poco del suo impegno sociale. Anzi, la società della comunicazione finirà inesorabilmente per dimenticare l’uomo, ma non potrà far scordare a me e alla mia generazione che Steve Jobs ci ha insegnato a sognare. In grande, anche a costo di stravolgere regole che apparivano immutabili.

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Paolo De Nardo

Paolo De Nardo è Direttore General Counsel della Luiss Guido Carli; studioso appassionato, vorace e poliedrico; storico per passione. Il suo impegno più importante resta quello familiare: è il papà di Giuseppe e il marito di Julia.