"Bergoglio... Hanno scelto il cardinale Bergoglio", ho quasi sussurrato, ieri, quando il cardinale protodiacono ha annunciato il papa. E mi sono commosso.
Jorge Mario Bergoglio era il candidato che avrei voluto vedere sul soglio di Pietro già nell'immediato dopo Wojtyla e ancora quattro giorni fa, su Twitter, ne avevo auspicato l'ascesa, mentre i vaticanisti ne allibravano le quotazioni in irrimediabile discesa.
E non era solo una scelta di istinto, dettata dal cuore, anche perché non ho mai incontrato il cardinale Bergoglio che i più descrivono tanto riservato e timido da parer schivo. Ieri, però, non è questa l'impressione che ha dato ai fedeli. A molti è sembrato l'uomo giusto al posto giusto. Forse perché come Wojtyla ha vissuto sulla propria pelle i totalitarismi oscuri di un '900 in chiaroscuro per la chiesa. E non ha mai avuto difficoltà ad ammetterlo. A differenza di Giovanni Paolo II, ne ha visto anche i crolli e i cumuli di macerie che si sono lasciati dietro, in un vortice di violenza e povertà. Conosce, dunque, i problemi dei poveri e degli umili ed ha il coraggio - basta chiedere al governo argentino apparso freddissimo alla notizia - di scontrarsi con il potere.
Ma c'è di più.
sapevo che la sua vocazione e la sua esperienza ne avrebbero fatto un eccellente vescovo di Roma. Ciò di cui la Città aveva veramente bisogno, dopo il papato di Giovanni Paolo II, la cui vocazione globale era stata tanto straordinaria e i suoi effetti tanto capillari, da porre in un ruolo fattuale quasi secondario il primato appunto del vescovo di Roma e della sua diocesi. Una evoluzione che Benedetto XVI aveva assecondato addirittura sotto il profilo teologico, rinunciando al patriarcato d'occidente, come se la dignità papale potesse prescinderne.
Roma non è una città qualsiasi, non per la chiesa cattolica romanocentrica - appunto, santa, cattolica, apostolica e romana -, né per per il suo - sia pur universale - gregge.
E la mancanza di un pastore - celata dal carisma personale di papa Wojtyla - è inevitabilmente esplosa, in tutta la sua drammaticità, sotto papa Ratzinger. non per sua colpa, intendiamoci, ma se vacilla il primato teologico e morale del vescovo di Roma, gli effetti si ripercuotono sulla chiesa universale, come privata del suo naturale baricentro.
Mi rendo conto di aver brutalizzato in una sintesi estrema argomenti che meriterebbero riflessioni più ampie ed articolate, ma, in sostanza, è lo scenario che abbiamo tutti sotto gli occhi, fosse anche con sfumature di verità più o meno delineate.
Ieri, però, ho maturato una certezza: dopo averlo ascoltato, so che papa Francesco - che nome dolcissimo! - ne ha piena contezza, tanto da ribadire, con forza ed estrema chiarezza, il suo ruolo di vescovo di Roma, chiamato ad evangelizzare la Città, sia pure nel primato di carità e carisma che la chiesa universale riconosce al successore di Pietro. E siamo certi che a questo Papa non manchi né l'una, né l'altro.
Ecco perché, per quel poco che sia valsa, ieri, insieme alle preghiere dei fedeli della diocesi richieste dal suo vescovo, c'era anche la mia. Una preghiera per papa Francesco.