Alberi di fichi bassi, ma grandi come querce e colmi di frutti grossi e dolcissimi raccontano le estati della mia infanzia, in quel lembo sottile di terra dove le montagne dalla vegetazione verde e secca degradano verso l’azzurro del Tirreno calabrese.
Turisti con i pantaloncini cortissimi, la canottiera a costine e i mocassini neri si avvicinavano e ne coglievano intere cesta sotto lo sguardo un po’ compiaciuto, un po’ distratto del colono e di sua moglie, intenti a dissodare campi resi aridi dalla salsedine. Non voleva soldi per quei frutti; l’unica regola era di non calpestare le spighe di grano che andavano imbiondendosi sotto il caldo sole di agosto: il contadino dal volto abbronzato come quello di un marinaio l’avrebbe presa male.
Le case più rifinite avevano le zanzariere; quelle più attrezzate un piccolo scaldabagno; nessuna il forno: d’estate fa già abbastanza caldo… Erano costruzioni piccole, fatte di sassi, più che mattoni, verniciate a calce e con gli infissi verdi; biancheggiavano tra la natura non ancora doma, ma ingentilita da qualche palma bassa e grossa e dai bananeti che pure soffrivano del freddo invernale. Chissà poi chi mai li aveva piantati...
Dall’altro lato, tra le canadesi di giovanissimi turisti, giunti in treno o con l’autostop si festeggiava l’esame di maturità appena superato: quella vacanza, in un modo o nell’altro, sarebbe rimasta memorabile.
La spiaggia era allegra e colorata, delimitata da rigogliosi canneti e piccoli grappoli di piante grasse e senza spina. Piccole costruzioni in legno che sapevano di salsedine e di sole ospitavano bar improvvisati intorno ad un frigorifero, vendevano giornali, gelati, qualche bibita e tanta chincaglieria che i più guardavano e nessuno comprava. Qualcuno anche sigarette. Di provenienza “straniera” e a prezzo maggiorato: il tabaccaio più vicino era in paese, ad un paio di chilometri di salita delimitata da canneti secchi e rigogliosi.
A nuotare si imparava da soli, ché il mare era profondo e scorbutico: – “Non allontanarti, Paolo.” – Avevo cinque anni.
Appena lontano dalla riva, dove il mare si confondeva tra il blu e il verde, una ragazza vezzosa, urlava e rideva, mentre gli amici giocavano con il suo reggiseno. Qualche rara ragazza in topless sfidava i pregiudizi con orgoglio e suscitava lo sdegno dei benpensanti e l’attenzione dei bagnanti, non meno di tedesche bionde e bianchissime che viaggiavano con enormi zaini in spalla. Si raccontava fossero libere e disinibite.
Poi al tramonto, quando le famiglie erano andate già via, appena prima di una cena frugale a base di pomodori e carne in scatola, i corpi si avvicinavano e stimolavano ingenuamente la fantasia: nascevano amori destinati a passare prima dell’arrivo del freddo; sono pochi avrebbero disegnato parabole destinate a segnare la vita. Lampadine fioche a incandescenza, intorno alle quali ronzava un qualche insetto, illuminavano la sera e si contendevano fette di oscurità con le lucciole, mentre le cicale e i grilli rumoreggiavano, con monotona costanza. Seduti in cerchio, come si immaginava sedessero gli indiani (d’America), si cantava, seguendo un più o meno improvvisato chitarrista. Ma soprattutto, si rideva, per uno scherzo ingenuo o una battuta o per l’ennesimo gavettone, con i secchi del giardiniere, stando attenti a non disturbare le famiglie e i bambini.
Trasgressione era il bagno di mezzanotte nel mare tinto di nero, alla luce della luna e del falò intorno che riscaldava impunemente un paio di bottiglie di birra o una notte intera trascorsa abbracciati sull’erba, sotto il cielo terso e stellato, aspettando di essere destati dall’alba.
A ferragosto, l’aria si saturava inesorabilmente di odore di carne alla brace, mentre da piccoli barbecue si alzava un vapore carico di fumo. Legata ad un grosso sasso, nel mare placido galleggiava un’anguria. Era un pranzo destinato a non finire mai, almeno sino a quando tutti, i contadini inclusi – ed era l’unica volta nell’anno – si ritrovavano in spiaggia, in riva alla battigia per omaggiare la processione a mare che i pescatori offrivano alla dedizione della Madonna.
La mattina ti svegliavano le radio, quelle a transistor che trasmettevano sommesse i radiogiornali o quelle dei ragazzi che, ad un volume appena più sostenuto, suonavano le canzoni
dell’estate. Le tv erano rimaste in città, con i telefoni fissi, il lavoro, gli autobus, i tram e i vestiti eleganti…
Una volta – una sola in tutta l’estate – ci si permetteva un ristorante a picco sul mare, dove si mangiava pesce profumato e freschissimo, fritto o arrostito, senza troppi fronzoli, o una cena in una pizzeria improvvisata intorno ad un forno a legna che vendeva grandi pizze tonde da portare a casa, avvolte nella carta del pane e chiuse con le spille.
Potrei assaporarne ancora il sapore. Quaranta anni più tardi. O forse no.
Sono i ricordi che alimentano la malinconia di quel mondo incantato e fatato posto alla fine della strada delle vacanze, quella che portava al mare, distendendosi lungo i fianchi della montagna e nella mia impazienza di bambino sembrava non terminare mai: la vecchia SIMCA bianca, carica con ogni bendidio, come se fosse impegnata in un trasloco, viaggiava placida e senza fretta, mentre l’asfalto sbiadiva tra erbe secche e rare buganvillee. Incolonnate, avanti e dietro, 850, Mini, Dyane, 127 e 500; qualche rara UNO raccoglieva la diffidenza con cui si accolgono le novità.
Apro gli occhi e, dalla strada, scorgo il paesaggio, mascherato dal cemento che viola il candore della spiaggia. È la fine di un altro agosto: la pioggia intristisce l’ambiente e il mare, gonfio e schiumante, contende la battigia agli ombrelloni; risalgo in macchina, nascondendo la malinconia dietro gli occhiali da sole; vorrei fumare una sigaretta, ma ho smesso; aggiusto il nodo della cravatta e metto in ordine capelli sempre più radi.
- “Hey Google, avvia Spotify”…
- “Hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo…” [Pubblicato in Petullà Michele, Poesie, luoghi e racconti, libritalia, Vibo Valentia, 2024, pagg. 156 e segg]