La gabbana del Tétavach

Garibaldi trasporta Anita

– Água… – implorò la donna gravida con un filo di voce.

Consumata dagli stenti e dagli affanni, arsa da una febbre spietata, straziata da atroci dolori, vinta dal delirio, affamata, scalza, lacera e seminuda giaceva sul fondo del battello. Se v’era stata poesia, in quella povera creatura, era andata ormai persa.

Accanto a lei un uomo dai capelli biondi e corti continuava a struggersi nel silenzio della disperazione; le strinse più forte la mano e si piegò a inumidirle le labbra: non riusciva nemmeno a bere…

Sotto i dardi cocenti del sole di agosto, i due passatori, seppur madidi di sudore, spingevano, con naturale rapidità, lo ‘scorritore’ in un dedalo di linee d’acqua inconsuete. La chiavica di Mezzo ormai non era lontana.

Le spalle ben costruite di Mariano si muovevano senza sforzo, con ritmica abilità. Il fratello maggiore, che, nonostante la corporatura esile, remava con altrettanta voga, in paese era conosciuto, non senza ragione, con il nomignolo di Tétavach, che poi è il nome con il quale, ancora oggi, la gente del luogo chiama quei serpenti che, a sentire i pastori, suggono il latte dagli armenti. Aveva fama di birbante e di profittatore; non soffriva per gli scrupoli e non aveva rimpianti, ma non era un violento, anche se la cicatrice, che tagliava il labbro inferiore fin quasi al mento, raccontava una delle tante scorribande di una esistenza vissuta sulle miserie e sui bisogni altrui. Conduceva un modesto contrabbando, per lo più di pesci, e conosceva quelle paludi non meno della sua casa. Avrebbe potuto menare in quei rigagnoli una qualunque imbarcazione, come nessuno sarebbe riuscito a fare, restando invisibile agli occhi degli sgherri che presidiavano i campi di pesca. Se fosse servito portare in salvo quegli uomini, insomma, avrebbe saputo far uscire il grillo dal buco, senza stuzzicarlo col fuscellino.

– Água… –. Sembrava che nulla potesse spengere l’arsura di quella donna, ma il Tétavach nemmeno la udì: aveva altri pensieri…

Si chiese per l’ennesima volta cosa ci facesse su quel battello che pure percorreva luoghi così familiari. Aveva trascorso tutta una vita a scappare e a nascondersi dagli sgherri, questa volta però lo inseguivano i bargelli e i papalini. E una condanna a morte ignominiosa. L’aveva fatto per i soldi, ma già stava maledicendo la sua avidità: non avrebbe dovuto essere lì!

Vestito da popolano come i suoi compagni, l’uomo poggiato sulla paratia, con un piede orribilmente ferito, rimaneva silenzioso e immobile; soltanto gli occhi saettavano tra le lacrime. Anche commosso, lacero ed esausto avrebbe fatto paura al diavolo.

Il Tétavach indugiava con lo sguardo sull’uomo dai capelli biondi che avrebbe dovuto essere l’ufficiale: non era alto, i suoi occhi sembravano spenti, lo sguardo confuso e spaurito; un filo di barba appena rossiccia ne incorniciava il volto regolare. Era diverso da come lo avrebbe immaginato, eppure, poteva essere proprio il capo dei facinorosi che avevano sobillato Roma e che i crucchi cercavano perché salisse al patibolo…

L’umidità toglieva il respiro. Gli insetti martoriavano il corpo esanime della donna. Su ogni sponda, dietro ogni albero, sembrava materializzarsi un’ombra minacciosa. Ogni fruscio ravvivava la tensione.

Li avrebbero visti… sarebbe stato condannato a morte… a meno che…

I suoi occhi piccoli, neri e rapidi brillavano sospesi tra paura e avidità.

C’era il Giudizio Statario Militare e l’inevitabile condanna capitale per chi avesse aiutato, ricoverato o favorito i profughi di Roma, ma a consegnarli alle autorità c’era da ottenerne una ricompensa e, se non altro, la benevolenza dei gendarmi.

Non sarebbe stato nemmeno difficile: l’unico che sembrava vigile era il ferito che vegliava i compagni. Ma il Tétavach era rapido con il coltello e il fratello robusto quanto un toro, non per nulla lo chiamavano Erma Bianca.

– Voga, Mariano, voga! – sussurrò, cercando di scacciare i pensieri.

Quella giornata era cominciata male. Un giovane curato e ben vestito che non aveva mai visto in paese lo aveva svegliato prima ancora che l’alba sorgesse.

– Michele… – aveva detto, guardandolo negli occhi e chiamandolo con il suo nome – ho bisogno di voi… –. L’intuito del Tétavach aveva colto immediatamente la concitazione che pure il giovane cercava abilmente di dissimulare.

– Comandate… come posso servirvi? –. Sapeva che a prender ordini da un ricco, soprattutto se ha premura, si guadagna più che a prenderli da un povero…

– Alla tabarra d’Agosta ci sono due… ‘forestieri’… un ufficiale mio amico e sua moglie. Bisogna che li conduciate alla chiavica di Mezzo. Da lì proseguiranno il viaggio e voi potrete tornare indietro. Ma è necessario che nessuno vi veda…

Era stato appena un attimo, ma quell’esitazione lo aveva tradito.

Il Tétavach ebbe un presentimento, un lampo improvviso: – Non si tratterà mica di quel tal… come si chiama? – chiosò malizioso.

– Eh via! – lo interruppe il giovane, traendo di tasca alcune monete d’oro – che m’andate voi contando? Il Generale è già a Venezia… È solo uno dei suoi… un ufficiale del suo seguito…

– Non fa niente! Se anche fosse il diavolo in persona, lo porterei sano e salvo dove desiderate…

– Ecco, queste monete sono per voi, il biglietto per l’ufficiale. Partite subito!

– Vivete tranquillo, – disse, mantenendo fede alla sua ben meritata fama di avidità – ché per quei danari saprei buttarmi nel fuoco!

Il tintinnare delle monete d’oro lo aveva convinto più delle rassicurazioni del giovane, tanto da ignorare un pericolo mortale: altri barcaioli dovevano essere fuggiti, se uno sconosciuto aveva bussato alla sua porta nel cuore della notte…

Indossò la vecchia gabbana sformata e nascose le monete d’oro in una tasca sicura. Per tutta la mattina si era continuamente assicurato che fossero ancora lì.

Le campagne brulicavano di pattuglie rabbiose, affamate di sangue e di vendetta. I tre forestieri avevano sembianze spettrali, illuminati dalla luce bianca, pallida e velata di un’alba appena accennata. Eppure, anche braccati, avevano gli occhi colmi di speranza.

– José... as crianças... –. Il lamento afono, cupo e disperato della donna, avvinta alla mano dell’ufficiale e squassata dalle convulsioni, ridestò gli uomini del battello.

Quelle parole incomprensibili risuonarono a lungo nella mente del Tétavach, finché non assunsero un suono preciso: ‘José’… ‘Giuseppe’... Era la conferma che mancava… Il delirio della donna li aveva perduti.

All’una il battello carico di speranze e di umane miserie era giunto a destinazione: il Tétavach aveva portato a compimento la missione che gli era stata affidata, ma non aveva alcuna premura di liberarsi di quel pericoloso fardello…

Si accostò alla sponda e non vide né uomini, né cavalli ad attendere i fuggitivi. Lo intese come un segno del destino e già si stava industriando per allontanarsi senza destar sospetti…

Rantolante, spettinata, con due fili biancastri di saliva agli angoli della bocca, la donna, finalmente libera dal delirio, aprì gli occhi e lo guardò dolcemente: – Iddio ve ne renderà merito, buonuomo… Conducete mio marito in salvo dai soldati. Restituitelo ai nostri figli… –. Stava morendo e lo benediceva; non lo conosceva neppure e lo chiamava buonuomo…

Vacillò, scosso e turbato… Si sarebbe voluto avvicinare a inumidirle le labbra. Ma fu solo un attimo. Scacciò l’ombra del rimorso, quasi con fastidio, e si offrì di andare egli stesso a cercare un barroccio per trasportare la donna.

Era la prima volta che gli mancava l’animo di consumare il tradimento. Ma avrebbe deciso il da farsi strada facendo.

Fece cenno a Mariano di non perdere di vista i fuggitivi e si stava allontanando quando l’uomo dai capelli biondi gli si avvicinò e lo abbracciò commosso: – Se esiste l’inferno, oggi, voi avete salvato tre anime…

Michele scoppiò in un pianto disperato, incomprensibile agli occhi increduli dei compagni.

Non era un patriota e non credeva nemmeno nell’inferno, ma quell’abbraccio fraterno dell’uomo che aveva posto vita e speranze nelle sue mani di sconosciuto, quelle parole drammatiche che evocavano angoscia ed illusioni lo avevano immerso nella sofferenza e convinto della fedeltà all’amicizia, tanto da farlo sentire partecipe di quella causa di libertà.

– Generale! – mormorò tra i singhiozzi – Aspettate sul battello, troverò un birroccio... –. E già era scomparso nella vegetazione.

La trafila poteva proseguire e se due dei fuggitivi sarebbero riusciti a veder realizzato il loro sogno di libertà, lo dovevano anche a quell’uomo che in paese un tempo aveva meritato di essere chiamato Tétavach…

Michele Guidi sarebbe tornato al battello e avrebbe scortato il manipolo sino alle Mandriole, con la solennità e la tristezza di una processione del venerdì santo. Avrebbe condiviso il dolore e pianto lacrime calde, sincere e silenziose per la morte della donna. Per tutta la vita avrebbe portato nel cuore quell’abbraccio e raccontato di quel mattino in cui aveva riscattato la sua esistenza e mondato la sua anima. Mai però avrebbe confessato ad alcuno di aver poggiato la gabbana, ancora pesante, sulle spalle dell’uomo dagli occhi saettanti: la sua ricompensa era stata maggiore…

 


Liberamente ispirato ad un episodio narrato in Beseghi, Umberto, Il Maggiore “Leggero” e il “trafugamento” di Garibaldi, La verità sulla morte di Anita, Seconda riveduta ed ampliata, Edizioni S.T.E.R.M., Ravenna, 1933, pagg. 66 e segg.

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Paolo De Nardo

Paolo De Nardo é Direttore General Counsel della Luiss Guido Carli; studioso appassionato, vorace e poliedrico; storico per passione. Il suo impegno più importante resta quello familiare: è il papà di Giuseppe e il marito di Julia.