Uno strappo sui ricordi

Garibaldi

– Vorremmo parlare al Generale.

– E perché?

La domanda è ansiosa, inquieta almeno quanto è pacata e tranquilla la risposta. Il sole sta tramontando sul Monte Titano la cui ombra si allunga su Rimini, come un vecchio che pigramente si stende sul giaciglio a dormire. Vengono da lì, da San Marino. Sono tre uomini tra i trenta e quaranta anni, tutti hanno negli occhi una luce intensa e viva, simile a quella delle fanciulle innamorate. Hanno i favoriti curati, uno di loro porta i baffi; indossano gli abiti eleganti, ma discreti che si suole usare nei giorni di festa, nelle occasioni importanti.

– Perché abbiamo qui una camicia rossa, che egli lasciò in San Marino, undici anni or sono…

L’uomo con i baffi, il più anziano del gruppo, indica un involto di tela avana che uno dei suoi compagni tiene tra le mani con devozione. La cordicella con cui è chiuso con cura lascia trasparire i bordi di un panno di velluto rosso che, all’interno, ne avvolge il contenuto.

– Ebbene? – risponde Giuseppe Bandi con un tono tra il divertito ed il curioso – Vorreste forse rendergli quella camicia?... Eh! Se dovesse rammentarsi di tutte le camicie che ha perduto o che gli han rubato le lavandaie, povero lui!

– No, – riprende l’uomo con i baffi srotolando il pacchetto – non vogliamo rendergli la camicia: vogliamo che la riconosca sua…

Dinanzi agli occhi sempre più perplessi di Bandi, l’uomo estrae dal velluto rosso una camicia di una tonalità più pallida, un po’ stinta, ora qua ora là consumata; alcuni lembi sembrano più vivi, alcune macchie più scure; taluni buchi, quasi delle bruciature dai contorni nerastri, le conferiscono l’aspetto degno di una reliquia.

– Vedete qui? Qui c’è il foro di un proiettile, la traccia di una ferita… si deve pur vedere sul suo corpo!

Forse richiamato dal vociare, dietro la porta che si apre lentamente cigolando, appare un uomo non alto, dai tratti regolari e dalla barba folta e lunga. I capelli coprono il collo, gli occhi sono straordinariamente espressivi e vivaci, le mani affusolate e curate. Il portamento è elegante, al tempo stesso rapido e cadenzato.

L’uomo con i baffi gli si fa incontro con reverenza, sotto lo sguardo curioso dell’ufficiale.

– Generale, ho qui la camicia, che lasciaste undici anni fa a San Marino.

– Una camicia? – risponde un Garibaldi bonario e divertito – Non ho mai tenuto ai miei panni, anzi… – aggiunge poi sorridendo e pensando a quando in Uruguay donò ad un commilitone l’unica camicia che possedeva.

– Ma… questa per noi non è una camicia qualsiasi: ha un buco in direzione del costato, è il foro di una baionetta o forse di una palla. – mormora l’uomo non senza imbarazzo – La indossavate quando giungeste a San Marino, così… abbiamo pensato che dovete pur portare una qualche cicatrice... noi… vorremmo che la riconosceste vostra…

Garibaldi osserva la camicia, si avvicina, la prende in mano, poi, senza pronunciare parola, la porta al petto, in un impeto di tenerezza, quasi con dolcezza, come se abbracciasse una donna, o forse stringesse al cuore la sua donna. Lentamente il pugno destro si chiude, all’altezza del cuore, intorno al telo rosso; gli occhi brillano; un lampo improvviso, violento, crudele illumina il suo cuore: ricordi lontani e dolorosi si materializzano.

Gli uomini sono ancora dinanzi a lui, ma non li riconosce: i loro tratti si trasfigurano e assumono lentamente le sembianze dei tanti amici che non ci sono più. Scruta nel vuoto della piccola sala e vi trova il sorriso sempre carico di speranze e di illusioni di Luigi Rossetti, la tenacia di Edoardo Mutru, l’autorità e la pratica sicurezza di Francesco Anzani, lo sguardo dolce e potente di Andreas Aguyar… poi vi scorge sembianze dai contorni indefiniti, dolci e al tempo stesso decisi. Un organo suona nella chiesa di San Bernardino in Montevideo: la luna di miele è già finita e il sibilo dei proiettili e il tonfo sordo delle palle sostituiscono i rintocchi delle campane.

Sullo sfondo, si alzano nere colonne di fumo acre di pece: bruciano la Caçapava e la Rio Pardo; brucia la Itaparica, povero nido d’amore. Bianche nuvole di polvere, sollevate dalle macerie di Villa Spada, smorzano l’azzurro del cielo d’Italia.

Vacilla, gli occhi brillano commossi…

Poi sente il suono dolce del ‘Te Deum’ nella chiesa matrice di Sant’Antonio degli Angeli di Laguna; ascolta voci familiari e distinte; rivede la pioggia di fiori lanciati dai romani, il sorriso festoso della gente che lo accoglie in Brasile e in Uruguay…

Come in una intermittenza del cuore, ritorna in mente il volto dei bambini che, a Laguna, come a Montevideo, come a Roma, giocano nelle piazze dinanzi alle chiese, mentre i loro fratelli appena più grandi, novelli figli di Priamo, si aggirano tra le barricate portando acqua e munizioni. Hanno tutti lo stesso sguardo i bambini, anche quelli di Imaruì...

Ancora oltre appaiono distese sconfinate che all’orizzonte confondono il verde delle praterie con l’azzurro del cielo; case sparse che macchiano di bianco e di ocra il verde altrimenti incontaminato della natura. Qui e lì, l’opera paziente dell’uomo contende a foreste vergini e rigogliose ampi lembi di terra, ora arati in file ordinate che contrastano con la vivacità lussureggiante della vegetazione.

Come è diversa la mite campagna italiana dalla impetuosa natura brasiliana! Piccole strade lastricate si arrampicano per le vallate, disegnando traiettorie improbabili, immergendosi in poveri paesi distesi sui fianchi delle montagne, attraversando piccole macchie di alberi secolari. I campi sono piccoli e magri i raccolti della povera gente che li coltiva.

Uguale è l’odore delle notti trascorse sotto un cielo ornato di stelle o alla luce della luna, ora amica durante le marce, ora infida nelle fughe, come nel mare di Romagna. Uguale è la rugiada del mattino, i pasti frugali, poveri, veloci.

Indossava quella camicia nella ‘via crucis’ tra i borghi della sua Italia, la stessa che vestiva a Roma quando decise di portare la lotta fuori dalla città, per impedire che il sangue di un popolo macchiasse il sogno di Unità. Dal Gianicolo a San Pietro e poi via, a spron battuto, per Porta San Giovanni verso Venezia insorta.

Ma quanto tempo è passato dalle eroiche giornate del Salto!

La marcia verso la libertà diventa fuga, la speranza disperazione. Il suo esercito, i suoi uomini, finanche i compagni di tante avventure combattute dall’altra parte del mondo per una Patria che non era la loro, si allontanano giorno dopo giorno, smarriti, vinti dallo sconforto, senza più nulla e nessuno in cui credere. Roma è lontana, né li accompagna oltre lo spirito con cui l’hanno strenuamente difesa. Come anni prima nella foresta, cavalca accanto a lui una brasiliana venuta a morire per la libertà di un popolo straniero; una donna stremata dalla sofferenza e dalle privazioni che solo porta nel cuore il suo José, i suoi tre figli e quel bambino che non ha mai visto, ma che tanto ama, quello che porta in grembo, quello che non vedrà mai...

Tutto è cambiato da quel momento. Solo una cosa è rimasta immutata, oggi come allora, come sempre: l’espressione di chi gli sta vicino; gli sguardi carichi di speranza, colmi di fiducia, traboccanti di entusiastica incoscienza.

Poi, meccanicamente, senza smuovere gli occhi dall’infinito, la mente dal passato e il cuore dai ricordi, indossa la camicia: sulla ferita il proiettile sibila, lambisce il torace, i denti si stringono in una smorfia di sofferenza, l’adrenalina smorza il dolore. Ma questa volta è ferito il cuore!

Risuonano con la violenza di un colpo allo stomaco brutale e inaspettato; rimbombano, ancora una volta, nella sua mente e nel suo cuore le parole di Leggero: “per i tuoi figli… per l’Italia…”.

Sono le stesse parole di ieri, di ogni giorno negli ultimi dieci anni, sono i pensieri che gli ricordano che non riuscirà mai a colmare quel vuoto… sono le parole che marcano il confine di un amore, che segnano il passaggio ad una nuova esistenza.

Hanno l’effetto di una scossa: lo riportano alla realtà, pur con gli occhi umidi e le mani tremanti.

– È vero! Fui colpito qui da un ulano – sussurra, indicando il costato con gesto incerto, come se indicasse il cuore – ma fu cosa da nulla e non chiamai il cerusico.

Gli occhi umidi continuano a brillare, mentre i tre sammarinesi lo guardano commossi; li chiama fratelli e li abbraccia, come se in ciascuno di essi potesse abbracciare Mutru e Anzani, Rossetti e Aguyar; come se ogni abbraccio potesse riportarlo agli anni felici e incoscientemente spensierati dell’America del Sud; come se in ogni sguardo incontrasse il sorriso della sua Anita…

Poi, silenzioso e malinconico, restituisce la camicia, si volta e si allontana: i suoi ricordi – almeno quelli, in una vita donata all’Umanità – appartengono soltanto a lui… [Pubblicato su Camicia Rossa 3-4/2007, luglio-dicembre 2007]

 


Liberamente ispirato ad un episodio narrato in Bandi, Giuseppe, Anita Garibaldi, Nuova edizione con documenti sulla vita di Garibaldi in America, a cura di Gino Doria, R. Bemporad & F. Editori, Firenze, 1932, pagg. 70 e segg.

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Paolo De Nardo

Paolo De Nardo é Direttore General Counsel della Luiss Guido Carli; studioso appassionato, vorace e poliedrico; storico per passione. Il suo impegno più importante resta quello familiare: è il papà di Giuseppe e il marito di Julia.