Alberi di fichi bassi, ma grandi come querce e colmi di frutti grossi e dolcissimi raccontano le estati della mia infanzia, in quel lembo sottile di terra dove le montagne dalla vegetazione verde e secca degradano verso l’azzurro del Tirreno calabrese.
Turisti con i pantaloncini cortissimi, la canottiera a costine e i mocassini neri si avvicinavano e ne coglievano intere cesta sotto lo sguardo un po’ compiaciuto, un po’ distratto del colono e di sua moglie, intenti a dissodare campi resi aridi dalla salsedine. Non voleva soldi per quei frutti; l’unica regola era di non calpestare le spighe di grano che andavano imbiondendosi sotto il caldo sole di agosto: il contadino dal volto abbronzato come quello di un marinaio l’avrebbe presa male.